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	<title>Poetesse Palestinesi &#8211; Poetesse: Donne Da Ricordare</title>
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	<title>Poetesse Palestinesi &#8211; Poetesse: Donne Da Ricordare</title>
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		<title>Fadwa Tuqan, poesia è resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 15:20:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Palestinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[L’amore era per me una [via di] fuga in cui rifugiarmiper mezzo di esso fuggo dalla mia tragedia. Lui e lei, traduzione di Carolina Massara Fadwa Tuqan o Touqan (Nablus, 1917–2003) è considerata una delle voci più importanti della poesia palestinese del Novecento e una delle prime poetesse a trasformare l’esperienza individuale della donna in [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’amore era per me una [via di] fuga in cui rifugiarmi<br>per mezzo di esso fuggo dalla mia tragedia.</p>



<p><strong><em>Lui e lei</em></strong>, traduzione di Carolina Massara</p>
</blockquote>



<p>Fadwa Tuqan o Touqan (Nablus, 1917–2003) è considerata una delle voci più importanti della poesia palestinese del Novecento e una delle prime poetesse a trasformare l’esperienza individuale della donna in <strong>linguaggio poetico di resistenza</strong>.<br>La sua opera attraversa quasi un secolo di storia palestinese, intrecciando vicenda personale, condizione femminile e tragedia collettiva.</p>



<p>Come evidenziano gli studi critici, la sua poesia non nasce subito come dichiarazione politica: prende forma inizialmente come <strong>atto di sopravvivenza privata</strong>, per poi diventare, soprattutto dopo il 1967, una voce pubblica e condivisa della resistenza palestinese.</p>



<pre class="wp-block-verse">Nota: Il nome si pronuncia FÀD-wa TÙ-kan</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Biografia</h2>



<p>Settima di dieci figli, Fadwa crebbe in una famiglia tradizionale e patriarcale e trascorse gran parte della giovinezza in una condizione di <strong>reclusione domestica</strong>, privata dell’istruzione formale e della libertà di movimento. Tale condizione la condusse anche a tentare il suicidio.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>«Sono uscita dal nulla per entrare in un mondo inospitale. Durante i primi mesi di gravidanza mia madre provò a più riprese a disfarsi di me. Ma i suoi tentativi furono vani».</p><cite>Ṭūqān, Fadwā. <em>Le Rocher et la Peine :Mémoires I</em>,&nbsp;trad. fr. di Joséphine Lama e Benoît Tadié, Langues et Mondes, 1997, p. 15.</cite></blockquote></figure>



<p>Fu il fratello Ibrāhīm, poeta e figura centrale del nazionalismo palestinese, ad insegnarle la poesia araba classica e moderna, che diventa presto l’unico spazio possibile di espressione e di costruzione del sé. La critica ha sottolineato come questa esperienza di clausura abbia inciso profondamente sulla sua scrittura, rendendo il tema della <strong>prigionia</strong> uno dei nuclei costanti della sua opera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le tre fasi della sua poesia</h2>



<h3 class="wp-block-heading">Prima fase: <em>La poesia della reclusione e della voce interiore</em></h3>



<p><strong>(anni ’30–inizio anni ’40)</strong></p>



<p>Questa fase coincide con la <strong>reclusione domestica</strong> e con l’apprendistato poetico.<br>Le poesie sono intimiste, segnate da solitudine e desiderio di evasione. Nel 39&#8242;, con la morte del fratello, la poetessa perse il suo unico punto di riferimento: in questo periodo il padre iniziò a chiederle di scrivere poesie politiche, quasi per ricordare il figlio perso. </p>



<p>La raccolta <strong>“Waḥdī maʿ al-ayyām”</strong> (<em>Sola con i giorni</em>, 1952) è l&#8217;espressione di questa fase: anche se il volume esce nel 1952, molte poesie risalgono agli anni precedenti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Seconda fase: <em>La rinascita, l’eros, la natura</em></h3>



<p><strong>(anni ’40–’60)</strong></p>



<p>Dopo la <strong>Nakba del 1948</strong> (che coincide con l&#8217;anno di morte anche del &#8220;padre-padrone&#8221;), la sua poesia cambia tono: entrano in campo il corpo, il desiderio, la natura come <strong>forze vitali</strong>. Le raccolte <strong>“Wağadtuhā”</strong> (<em>L’ho trovata</em>, 1957), <strong>Dacci amore</strong> (<em>Aʻṭinā ḥubb</em>), 1960 e <strong>Davanti alla porta chiusa</strong> (<em>Amāma l-bāb al-muġlaq</em>), 1967, rientrano in questa fase poetica.</p>



<p>La poetessa in questa nuova fase di emancipazione inizia a viaggiare nel mondo occidentale e incontra anche poeti del calibro di <strong>Salvatore Quasimodo</strong>, che le sussura: <em>“I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!”</em>. La risposta della poetessa fu il componimento <em>Non venderò il suo amore</em>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Io, poeta mio, ho nella mia cara patria<br>un innamorato che attende il mio ritorno.<br>È un amato compatriota, del mio paese natio;<br>e tutte le ricchezze del mondo,<br>le stelle luminose e la luna<br>non mi faranno mai perdere il suo cuore<br>o vendere il suo dolce amore.<br>Ma, ciò nonostante, i sentimenti ed i desideri di donna<br>mi fanno battere il cuore gioiosamente<br>al vedere le ombre d’amore negli occhi tuoi<br>e al sentire il loro desideroso invito.<br>Perdona, o caro, l’orgoglio del mio cuore<br>al sentirti bisbigliare dolcemente:<br><em>«I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!»</em></p><cite>al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di), <em>Fadwā Toqan poetessa araba della resistenza</em>, Roma, Lega degli Stati Arabi, s.d.</cite></blockquote></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><em>La poesia della resistenza collettiva</em></h3>



<p><strong>(dal 1967 in poi)</strong></p>



<p>Dopo l’occupazione israeliana del 1967, la vicenda individuale della poetessa si intreccia in modo sempre più esplicito con la storia collettiva del popolo palestinese. </p>



<h3 class="wp-block-heading">Opere associate a questa fase</h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Al-Layl wa-l-fursān</strong> (<em>La notte e i cavalieri</em>, 1969)</li>



<li><strong>ʿAlā qimmat ad-dunyā waḥīda</strong> (<em>Sulla cima del mondo da sola</em>, 1979)</li>



<li><strong><em>Qasā&#8217;id siyāsiyya</em></strong>, (Poesie politiche) 1980</li>



<li><strong>Tamūz wa-shayʾ ākhir</strong> (<em>Tammuz e altro</em>, 1989)</li>



<li><strong>Il divano di Fadwà Ṭūqān</strong> (<em>Dīwān Fadwà Ṭūqān</em>), stampato nel 1978, raccoglie l&#8217;opera poetica completa dal 1952 al 1973</li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Oh quanto è bella la vita, ella pensava,<br>ma questa dolce riflessione<br>viene interrotta da una farfalla<br>caduta improvvisamente a terra;<br>pare che essa voglia salutare la terra<br>con l’estremo, lento battere<br>delle sue ali.<br>Muore immersa nel silenzio,<br>i fiori che le sono attorno non sono pieni di gioia.<br>Sorella mia, cosa è successo?<br>Ti abbandona la rugiada<br>e sei morta nel pieno della vita?<br>Ti hanno forse respinta i fiori?<br>Ti ha privata dell’aria<br>il venticello fresco della collina?<br>Sorella mia, non intristirti!<br>Ci sono io che ti compiango<br>con la tenera e dolce poesia.<br>Forse anch’io morirò come te,<br>dimenticata<br>senza un amico o un compagno che mi conforti.<br>Oh, com’è dura la morte<br>che ci spinge nelle profondità<br>del Nulla!</p><cite>&#8220;La poetessa e la farfalla&#8221;. Maqbūl, Fatẖī, <em>Fadwā Ṭūqān attraverso le sue poesie</em>, Roma, Centro Culturale Arabo 1982, p 18.</cite></blockquote></figure>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Donna e resistenza: una doppia oppressione</h2>



<p>Un elemento centrale della poesia di Tuqan è la <strong>sovrapposizione tra oppressione politica e oppressione patriarcale</strong>.<br>Come evidenziato dagli studi critici, la sua scrittura nasce dall’esperienza di una donna che deve prima conquistare il diritto alla parola, e solo dopo può farne uno strumento di resistenza collettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Natura e terra come linguaggio poetico</h2>



<p>Nella poesia di Fadwa Tuqan, la <strong>natura non è mai sfondo decorativo</strong>.<br>Terra, fiore, albero, polvere diventano immagini ricorrenti attraverso cui la poetessa esprime appartenenza, speranza ma anche perdita.</p>



<p>In testi come <em>Enough for Me</em> (Mi basta), la morte stessa è immaginata come ritorno alla terra, trasformazione in erba o fiore: una forma di resistenza che continua oltre l’esistenza individuale.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Mi basta <br>Mi basta morire sulla sua terra, <br>essere sepolto in lei, sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo, <br>per poi germogliare come un fiore <br>con cui gioca un bambino del mio paese. <br>Mi basta rimanere <br>nell&#8217;abbraccio del mio paese, <br>stare vicino a lei come un pugno di polvere, <br>un filo d&#8217;erba, <br>un fiore.</p><cite>Tradotto dall&#8217;inglese con DEEPL</cite></blockquote></figure>



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<h2 class="wp-block-heading">Lingua poetica e metafora </h2>



<p>La forza della poesia di Tuqan risiede anche in un uso consapevole della <strong>metafora naturale</strong>, che le permette di dire l’indicibile senza ricorrere alla dichiarazione diretta.<br>La patria diventa corpo, il corpo diventa terra: la resistenza non viene descritta, ma <strong>incarnata nella lingua</strong>.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Un giorno l’albero risorgerà;<br>sarà più robusto e più alto,<br>e le fronde rinasceranno contro il sole;<br>saranno verdi ancora una volta,<br>sorrideranno le foglie nella luce del sole<br>e ritorneranno un’altra volta gli uccelli;<br>dovranno ritornare ancora una volta gli uccelli;<br>dovranno ritornare;<br>ritorneranno!</p><cite>al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di),<em>Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza</em>, Roma, E.A.S.T, s.d. p.70.</cite></blockquote></figure>



<pre class="wp-block-verse"><em>(Per un approfondimento sulla <a href="https://www.poetessedonne.it/guida-alle-figure-retoriche/la-metafora-significato-ed-esempi/" target="_blank" data-type="page" data-id="4950" rel="noreferrer noopener">metafora</a> come figura retorica, vedi la scheda dedicata.)</em></pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Perché leggerla oggi</h2>



<p>Leggere Fadwa Tuqan oggi significa ascoltare la storia palestinese da una voce femminile, ccomprendere la poesia come strumento di memoria e resistenza e riconoscere una tradizione poetica spesso marginalizzata nei canoni occidentali.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Canta, uccello, per noi, dalla prigione,<br>oltre l’umiliazione ed oltre il buio,<br>un orizzonte ancor ricco di sogni,<br>un sole ancora pronto all’agguato.<br>Bianca gloria di luce canta lieto,<br>canta un domani patria ai nostri sogni,<br>vividi sogni canta non perduti.<br>Canta, sì, ché la speranza,<br>è sempre là, la strada ferma e radiosa,<br>anche se attorno a noi<br>s’infittisce la rabbia della notte.</p><cite>Blasone P., Di Francesco T. (a cura di),<em>La Terra più amata. Voci della letteratura palestinese</em>, Roma, il manifesto, 2002, p.35.</cite></blockquote></figure>



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<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Carolina Massara, <em>Motivi di resistenza in alcuni versi di Fadwā Ṭūqān</em>, Università di Catania, a.a. 2017–2018<br><br>Chiara Busca, <em>Fadwā Ṭūqān: poetessa ribelle della Palestina</em>, Università di Bologna, 2014<br><br><em>Poems for Palestine</em> – for distribution, ArabLit, 2023</pre>



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<p> [L&#8217;immagine in copertina è una rielaborazione con AI della copertina di Le cri de la pierre]
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