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	<title>Poetesse Russe &#8211; Poetesse: Donne Da Ricordare</title>
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	<title>Poetesse Russe &#8211; Poetesse: Donne Da Ricordare</title>
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		<title>Anna Achmatova, poetessa del dettaglio universale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 13:26:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Russe]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[O arrotolato come un serpentello vicino al cuore, opera sortilegi, o tuba per giorni interi come un colombo sulla bianca finestra (L&#8217;amore, Anna Achmatova) Vita e formazione Anna Andréevna Achmátova [Aḫ-má-to-va], nata Gorenko, nasce a Bol’šoj Fontan (area di Odessa) il 23 giugno 1889 e muore a Mosca il 5 marzo 1966. È una delle [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>O arrotolato come un serpentello vicino al cuore, opera sortilegi, o tuba per giorni interi come un colombo sulla bianca finestra</p>



<p>(<strong><em>L&#8217;amore</em></strong>, Anna Achmatova)</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Vita e formazione</h2>



<p><strong>Anna Andréevna Achmátova [Aḫ-má-to-va</strong>]<strong>, </strong>nata Gorenko, nasce a <strong>Bol’šoj Fontan (area di Odessa) il 23 giugno 1889</strong> e muore a <strong>Mosca il 5 marzo 1966</strong>. È una delle voci poetiche più importanti del Novecento russo e, più in generale, del Novecento europeo.</p>



<p>Nasce nell&#8217;area di <strong>Odessa </strong>ma<strong> </strong>si forma a <strong>Pietroburgo</strong>, in un mondo colto e aristocratico destinato a essere travolto dalla storia. Assume lo pseudonimo “Achmatova” perché il padre considerava sconveniente pubblicare versi, quindi decide di non usare il cognome paterno. </p>



<p>Nel 1910 sposa il poeta <strong>Nikolaj Gumilëv</strong> (da cui divorzia nel 1918), con cui avrà il figlio <strong>Lev Gumilëv</strong>; frequenta l’ambiente acmeista e la <strong>“Corporazione dei poeti”</strong>.</p>



<p>La sua vita è segnata dalla repressione sovietica: Gumilëv viene <strong>fucilato nel 1921</strong>; il compagno <strong>Nikolaj Punin</strong> e il figlio <strong>Lev</strong> subiranno arresti e detenzione nei gulag. <strong>Barbero</strong> insiste sul fatto che Achmatova attraversa il secolo “continuando a fare ciò che il fuoco dentro le ordinava: scrivere versi”, fino a capire che la sua voce personale era diventata anche voce collettiva. </p>



<p>Candidata al Nobel (risulta <strong>nominata nel 1965</strong> e anche nel 1966), negli ultimi anni ottiene una <strong>riabilitazione letteraria</strong> e un riconoscimento ufficiale, dopo lunghi periodi di censura.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Anna Achmatova e Amedeo Modigliani</h2>



<p>Tra gli incontri più emblematici della giovinezza di <strong>Anna Achmatova</strong> c’è quello con <strong>Amedeo Modigliani</strong>, avvenuto a Parigi nel 1910 durante il viaggio di nozze con Nikolaj Gumilëv. Modigliani si innamorò di lei in modo quasi ossessivo: la ritrasse più volte, anche a distanza di tempo, lavorando spesso a memoria sul suo profilo inconfondibile.</p>



<p><strong>Barbero</strong> racconta che la loro relazione fu breve ma intensissima, consumata in poche settimane tra il 1910 e il 1911, quando Achmatova tornò a Parigi da sola. Di quei disegni molti andarono perduti nel corso degli anni, tra rivoluzione, guerre ed evacuazioni, ma uno solo rimase con lei fino alla vecchiaia. Non un semplice ricordo sentimentale, ma il segno di un momento in cui arte e vita, desiderio e forma, sembrarono coincidere.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Opere principali (con anno)</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>La sera</strong> (<em>Večer</em>, 1912) </li>



<li><strong>Rosario</strong> (<em>Čëtki</em>, 1914)</li>



<li><strong>Lo stormo bianco</strong> (<em>Belaia staia</em>, 1917)</li>



<li><strong>Piantaggine</strong> (<em>Podorožnik</em>, 1921)</li>



<li><strong>Anno Domini MCMXXI</strong> (1922)</li>



<li><strong>Da sei libri / Il salice</strong> (1940)</li>



<li><strong>Requiem</strong> (ciclo scritto tra 1935–1940; pubblicazione integrale in URSS molto più tardi)</li>



<li><strong>Poema senza eroe</strong> (lavorato a lungo; pubblicazioni parziali e tardive) </li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Micro-timeline: censura e riabilitazione</h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>1924–1940 | Silenzio forzato</strong><br>Dopo l’ultimo libro del 1924, Anna Achmatova viene progressivamente esclusa dal panorama editoriale sovietico: le sue opere sono giudicate “aristocratiche” e incompatibili con la cultura proletaria dominante.</li>



<li><strong>1935–1940 | Repressione privata e collettiva</strong><br>Il figlio Lev viene arrestato più volte durante le grandi purghe; da questa esperienza nasce <em>Requiem</em>, scritto ma non pubblicabile. <strong>Barbero</strong> sottolinea come qui la sua voce diventi definitivamente quella di un popolo.</li>



<li><strong>1940 | Ritorno parziale alla stampa</strong><br>Dopo sedici anni di censura, alcune poesie tornano a circolare in rivista e in volume: un evento sensazionale nella Russia sovietica. <strong>Barbero</strong> ricorda le code in libreria.</li>



<li><strong>1955–1965 | Riabilitazione ufficiale</strong><br>Con il disgelo post-staliniano viene riammessa nell’Unione degli Scrittori, pubblica <em>Poema senza eroe</em>, riceve riconoscimenti internazionali e torna a essere celebrata come grande voce nazionale.</li>
</ul>



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<h2 class="wp-block-heading">Temi ricorrenti</h2>



<p>Achmatova attraversa due grandi stagioni tematiche, che però comunicano tra loro:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Intimità, amore, perdita, memoria</strong>: i primi libri raccontano il quotidiano emotivo con precisione quasi teatrale. <strong>Barbero</strong> legge proprio questa fase come “la voce della ragazzina frivola” che però, presto, non basta più a contenere la Storia.</li>



<li><strong>Storia, dolore collettivo, testimonianza</strong>: con le purghe staliniane la poesia diventa un luogo di resistenza morale. In <strong>Requiem</strong> la voce individuale si trasforma in coro: code davanti alle carceri, madri e mogli, l’attesa come forma di tortura. </li>
</ol>



<p>In controluce resta una costante: una <strong>dimensione etica e quasi religiosa della parola</strong>, dove la poesia non è ornamento ma necessità.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Stile e poetica</h2>



<p>Il suo stile è riconoscibile per:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>linguaggio netto e diretto</strong>, privo di compiacimento;</li>



<li><strong>economia espressiva</strong> (poche immagini, ma definitive);</li>



<li>il cosiddetto “<strong>dettaglio achmatoviano</strong>” di Ettore Lo Gallo: un gesto minimo, un oggetto, un’ombra che reggono un intero racconto sentimentale.</li>
</ul>



<p><strong>Barbero</strong> evidenzia anche un dato culturale: nella tradizione russa novecentesca la poesia resta spesso <strong>metrica e in rima</strong>, e Achmatova scrive versi dove la musica interna è parte della forza testimoniale. </p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Non sarai più tra i vivi,<br>non puoi rialzarti dalla neve:<br>ventotto colpi di baionetta,<br>cinque d&#8217;arma da fuoco.<br><br>Che amara veste nuova<br>cucivo per l&#8217;amico&#8230;<br>Ghiotta, ghiotta di vivo<br>sangue è la terra russa.</p><cite>Traduzione di Raissa Naldi, &#8220;Non sarai più tra i vivi&#8221;</cite></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Premi e riconoscimenti</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Nomination al <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/didattica/donne-vincitrici-nobel-letteratura/" target="_blank" data-type="post" data-id="3132" rel="noreferrer noopener">Premio Nobel</a> per la Letteratura (1965; anche 1966)</strong>.</li>



<li><strong>Riconoscimenti e viaggi in tarda età</strong>: <strong>Barbero</strong> ricorda il ritorno di prestigio ufficiale e i viaggi (Italia, Oxford) come segnali di una riabilitazione ormai pubblica.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">La morte e l’eredità</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li>Anna Achmatova muore <strong>il 5 marzo 1966</strong>, a <strong>Mosca</strong>, dopo una vita attraversata da persecuzioni, silenzi forzati e tardivi riconoscimenti. Negli ultimi anni era ormai una figura centrale della poesia russa: visitata dai giovani poeti di Leningrado, tra cui <strong>Iosif Brodskij</strong>, che la considerava una maestra e un punto di passaggio obbligato.</li>



<li><strong>Barbero</strong> sottolinea il paradosso finale della sua esistenza: dopo essere sopravvissuta alle purghe, alla guerra, ai gulag che avevano inghiottito i suoi affetti più cari, Achmatova viene infine riconosciuta come patrimonio culturale nazionale. Ma la sua vera eredità non è istituzionale: è la parola poetica come testimonianza.</li>



<li>Una parola capace di custodire la memoria quando la storia ufficiale tace, e di dare voce, come scrisse lei stessa, a “un popolo di cento milioni”.</li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Rilevanza e impatto oggi</h2>



<p>Achmatova è una figura chiave perché unisce due funzioni raramente compatibili:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>la <strong>poeta dell’io</strong> (amore, desiderio, ferita privata),</li>



<li>e la <strong>poeta della comunità</strong> (Requiem come memoriale del terrore).</li>
</ul>



<p>Per questo oggi è letta non solo come autrice letteraria, ma come <strong>testimone storica</strong>: la sua scrittura mostra come l’esperienza femminile del Novecento, tra attesa, lutto, paura, cura, fame, sopravvivenza,  possa diventare forma alta senza perdere concretezza. <strong>Barbero</strong> la definisce in sostanza una voce che, a un certo punto, si accorge di parlare “con la bocca di un popolo”. </p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Il nostro sacro mestiere<br>esiste da millenni.<br>Con lui al mondo non occorre luce:<br>ma nessun poeta ha detto ancora<br>che la saggezza non esiste, che non esiste vecchiezza,<br>e forse nemmeno la morte.</p><cite>Traduzione di Raissa Naldi, &#8220;Il nostro sacro mestiere&#8221;</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Raissa Naldi, Anna Achmatova. Poesie, La vita felice<br><br>Alessandro Barbero, “Anna Achmatova”, terza conferenza del ciclo Donne nella storia, Grattacielo Intesa Sanpaolo, Torino, 19 novembre 2020 (YouTube). <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Br-JSmMDcq0&amp;utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">YouTube</a><br><br><a href="https://www.britannica.com/biography/Anna-Akhmatova" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Britannica</a>, Anna Akhmatova<br><br><a href="https://en.gariwo.net/righteous/soviet-totalitarianism/anna-akhmatova-7540.html" target="_blank" rel="noopener">Gariwo</a>, Anna Akhmatova, the poet of dissent</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Immagine in copertina, modificata: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Akhmatova.jpg" target="_blank" rel="noopener">M.Nappelbaum</a>, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0" target="_blank" rel="noopener">CC BY-SA 4.0</a>, via Wikimedia Commons</p>



<p></p>
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		<title>Marina Cvetaeva: una poetica di &#8220;conflitto&#8221;</title>
		<link>https://www.poetessedonne.it/russe/marina-cvetaeva/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 12:26:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Russe]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Tutti i poeti sono ebrei. Marina Cvetaveva Marina Cvetaeva (n.d.r. Tsvetaeva nella traslitterazione angolossassone), forse più di ogni altro poeta russo del Novecento, è il simbolo del conflitto tra individuo e collettività, tra sfera privata e repressione di una società totalitaria. Sentimenti e risentimenti. Nata a Mosca (1892) in una famiglia in cui gli stimoli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Tutti i poeti sono ebrei</em>.</p>
<cite>Marina Cvetaveva</cite></blockquote>



<p>Marina Cvetaeva (<em>n.d.r. </em><strong>Tsvetaeva</strong> nella traslitterazione angolossassone), forse più di ogni altro poeta russo del Novecento, è il simbolo del conflitto tra individuo e collettività, tra sfera privata e repressione di una società totalitaria. Sentimenti e risentimenti.</p>



<p>Nata a Mosca (1892) in una famiglia in cui gli stimoli culturali erano sempre presenti (sua madre era un’ottima pianista e suo padre uno storico dell’arte), <strong>pubblicò a proprie spese un suo libro di poesie quando frequentava ancora il liceo</strong>. Ma gli eventi, o meglio la Storia, avranno la meglio sulla ‘sempreverde’ natura della giovane moscovita.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Come spostando pietre,</em><br><em>geme ogni giuntura!</em><br><em>Riconosco l’amore dal dolore</em><br><em>lungo tutto il corpo.&nbsp;</em></p><cite>Indizi</cite></blockquote></figure>



<p>Sono versi tratti dalla poesia “Indizi”. Cvetaeva scrisse negli anni più bui dello stalinismo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dopo Praga e Berlino: Parigi</h2>



<p>Emigrata nella capitale francese, incontrò artisti italiani, scrittori tedeschi, musicisti russi. Parigi, calamita per ogni uomo libero, mentre in<strong> Russia i “delatori” e i “nemici del popolo”</strong> venivano fucilati dalla Ceka, la temibile, terribile polizia segreta di Stalin, e mentre in Germania e in Italia si affermavano e si consolidavano le camicie brune e le camicie nere di Hitler e Mussolini.</p>



<p><strong>A Parigi seppe del suicidio di Majakowskij,</strong> il poeta al quale Marina Cvetaeva si era sentita molto vicina e che (al pari di quanto avrebbe fatto a Torino Cesare Pavese, nel 1950) scrisse nel suo biglietto di addio: “per favore non fate pettegolezzi”.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">In Russia</h2>



<p>Tornata in Russia, Cvetaeva si rese conto che molti circoli letterari erano stati sciolti e che molti suoi amici erano scomparsi nei Gulag siberiani.&nbsp; Sola, disperata,<strong> Marina apprende della fucilazione del marito </strong>(che, per l’NKVD, aveva anche l’“aggravante” di essere ebreo…) ma ritrova l’amicizia di Boris Pasternak che l’aveva sempre ammirata, scrivendo un giorno:</p>



<p>“Quando ho letto per la prima volta i versi della Cvetaeva sono rimasto senza respiro per l’abisso di purezza e forza che si spalanca.”</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Giacché – bando a parole<br>sontuose – l’amore è sutura,<br>non benda. Non scudo – sutura.<br>Ah, non chiedere aiuto!<br>È lo stesso filo che inchioda i morti<br>alla terra, il punto che mi lega a te…</em></p><cite>Poema della fine</cite></blockquote></figure>



<p>E qui, dopo questi versi tratti dalla poesia <strong>“Poema della fine”</strong>, Cvetaeva parla di un “vento di esecuzioni capitali”.</p>



<p>La sua poesia ci rivela le contraddizioni e l’impeto di una vita vissuta in una <strong>sorta di disordine “cosmico”</strong>: familiare, letterario, erotico, domestico, politico. In ogni ambito, Marina dà il massimo di sé.</p>



<p>La malattia e la morte di una sua figlia, la lontananza dal marito espatriato e poi, tornato in Russia, arrestato e fucilato, l’ostracismo degli esuli russi a Berlino, Praga e Parigi e quello ben peggiore che si troverà una volta tornata in patria.</p>



<p>Non le viene più offerto alcun lavoro e la miseria che conosce a Mosca sarà solo l’anticamera della sua tragica fine. Nel 1941, a 49 anni, si trasferisce a Elabuga trovando alloggio in una misera abitazione dove, pochi giorni dopo il suo arrivo, <strong>si ucciderà impiccandosi ad una trave</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Note di Redazione</h2>



<p>Scrive Calandrone nella sua raccolta:</p>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-solid-color"><blockquote><p>Il suo corpo è gettato in una fossa comune. Il corpo di una donna che non hai mai davvero creduto al corpo, ma che ha voluto abbandonare il corpo a causa di una solitudine e di una miseria troppo reali e nere perché la sua anima potesse reggerli. </p><cite>Versi di libertà </cite></blockquote></figure>



<p>Inoltre, la scrittrice ricorda anche i lavori in prosa di Marina come &#8220;Il poeta e il tempo&#8221;, dove distingue i poeti &#8220;con e senza storia&#8221;, ispirando la futura critica letteraria. E del resto, l&#8217;interesse di descrivere la poesia, provare a dare una definizione del ruolo del poeta, viene inserito nella poesia stessa, come ad esempio quella che segue.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I versi crescono, come le stelle</h2>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>I versi crescono, come le stelle,<br>Come le rose, e come la bellezza:<br>Inutile in famiglia.<br>E per le apoteosi e le corone,<br>una sola risposta: donde mi viene ciò?<br>Dormiamo; ed ecco,<br>Attraverso le lastre di pietra,<br>Il sublime ospite dai quattro petali.<br>Capisci! O mondo:<br>Il poeta, scopre, nel sonno, la legge<br>Della stella e la formula del fiore.</p><cite>Traduzione di Sergio Baldelli</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse"><em><strong>Versi di Libertà, trenta poetesse da tutto il mondo</strong></em>, Maria Grazia Calandrone

<em><strong>Poetesse russe, un'antologia 1800-1950</strong></em>, Sergio Baldelli

Marina Cvetaeva, <strong>Poesie</strong> (a cura di Pietro Zveteremich), Feltrinelli 1979

Marina Cvetaeva, <strong><em>Indizi terrestri</em></strong> (a cura di Serena Vitale), trad. Luciana Montagnani, Milano, Guanda 1980

Marina Cvetaeva, <strong><em>Dopo la Russia e altri versi</em></strong> (a cura di Serena Vitale), Milano Mondadori, 1988

Marina Cvetaeva, <strong><em>Il paese dell'anima</em></strong>: lettere 1909-1925 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1988

Marina Cvetaeva, <strong><em>Deserti luoghi: lettere 1925-1941</em></strong> (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1989

<strong><em>Marina Cvetaeva. L'eterna ribelle</em></strong>, Henri Troyat
<strong><em>
La storia di Marina. Romanzo verità su Marina Cvetaeva </em></strong>(1892-1941) Condividi
di Dominique Desanti</pre>



<p><strong>Articolo scritto dalla poetessa Rita Bonetti&nbsp; </strong></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Jf2JKJ22Su"><a href="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/rita-bonetti/">Rita Bonetti</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Rita Bonetti&#8221; &#8212; Poetesse: Donne Da Ricordare" src="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/rita-bonetti/embed/#?secret=n73qHkDBIt#?secret=Jf2JKJ22Su" data-secret="Jf2JKJ22Su" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p></p>
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