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	<title>Vita e opere &#8211; Poetesse: Donne Da Ricordare</title>
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		<title>Ingeborg Bachmann, nel fuoco vivo dell’esperienza umana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 08:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Austriache]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel secondo dopoguerra la parola poetica ha subito un profondo rinnovamento dettato soprattutto dalla dolorosa esperienza dell’ultimo conflitto mondiale per cui, come direbbe Salvatore Quasimodo in Alle fronde dei salici (1947),«Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento». La poesia, quindi, abbandona il linguaggio [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-normal-font-size">Nel secondo dopoguerra la parola poetica ha subito un profondo rinnovamento dettato soprattutto dalla dolorosa esperienza dell’ultimo conflitto mondiale per cui, come direbbe Salvatore Quasimodo in <em>Alle fronde dei salici</em> (1947),«Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento». La poesia, quindi, abbandona il linguaggio criptico, inizia a farsi nuove domande e ad avere il “vero” come nuovo obiettivo. Testimonianza di questa nuova transizione è sicuramente Ingeborg Bachmann, poetessa austriaca i cui versi si muovono nella <strong>costante ricerca del fuoco vivo dell’esistenza. </strong>Come dice infatti lei stessa in un’intervista, ha iniziato a scrivere «senza volerlo, con le osservazioni, con i rapporti umani, tramite se stessi». Per lei, quindi, la poesia non si limita a raccontare l’esistenza, ma è l’esistenza stessa.</p>


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<div class="rank-math-question "><strong>Chi era Ingeborg Bachmann, in sintesi</strong></div>
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<p>Ingeborg Bachmann (Klagenfurt, 1926 – Roma, 1973) è stata una poetessa e scrittrice austriaca, tra le voci più importanti della letteratura europea del secondo Novecento. Segnata dall’esperienza del nazismo e della Seconda guerra mondiale, concepì la scrittura come una ricerca della verità capace di attraversare il dolore individuale e collettivo.<br />Legata al Gruppo 47, esordì con la raccolta <em>Tempo dilazionato</em> (1953) e pubblicò nel 1956 <em>Invocazione all’Orsa Maggiore</em>. Fu anche autrice di racconti, radiodrammi, saggi e del romanzo <em>Malina</em> (1971), primo volume del progetto narrativo <em>Modi di morire</em>. Visse a lungo a Roma, che considerava una sorta di «patria intellettuale», e tradusse in tedesco Giuseppe Ungaretti.<br />Al centro della sua opera ci sono il rapporto tra linguaggio e verità, la guerra, il dolore, l’amore, la morte e i limiti della parola. Per Bachmann la letteratura non deve nascondere la sofferenza, ma renderla visibile: la poesia diventa così una forma di conoscenza e un modo radicale di interrogare l’esperienza umana.<br />Morì a Roma nel 1973, dopo essere rimasta gravemente ustionata in un incendio provocato da una sigaretta.</p>

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<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Vita e opere</h2>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">Gli esordi</h3>



<p class="has-normal-font-size">Ingeborg Bachmann nasce a Klagenfurt il 25 giugno 1926. La tragica esperienza dell’Anschluss (annessione dell’Austria al Terzo Reich del 1938) la segna profondamente, ma alla caduta del nazismo la ragazza, appena diciottenne, respirerà un’aria nuova nella sua vita come scriverà nelle lettere raccolte in <em>Diario di guerra</em>. Nel dopoguerra, infatti, Ingeborg studia alle università di Innsbruck, Graz e Vienna, concludendo in quest’ultima il suo percorso di studi con una tesi in cui critica il pensiero di Martin Heiddeger. Nel 1948 inizia la relazione clandestina con Paul Celan, il cui suicidio lei elaborerà successivamente nel romanzo <em>Malina</em> del 1971:<strong> «La mia vita finisce, perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L’ho amato più della mia vita»</strong>. Ingeborg lavora poi per l’emittente radiofonica Rot-Weiss-Rott per cui scriverà <em>Un negozio di sogni</em>. In quegli anni sboccia anche la sua poesia, che confluirà nella prima silloge dal titolo <em>Tempo dilazionato</em> del 1953, premiata dagli scrittori del Gruppo 47, artefice dei primi tentativi di un rinnovamento culturale dopo la tragica parentesi del nazismo.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">A Roma</h3>



<p class="has-normal-font-size">Nel 1953 Ingeborg va a Ischia per scrivere alcuni libretti d’opera per l’amico compositore Hans Werner Henze. Nello stesso anno si trasferisce a Roma, animata in quegli anni da una grande vivacità culturale. La poetessa, però, la vivrà più come “patria intellettuale” che come patria nel senso stretto del termine. Protagonista delle sue opere, infatti, sarà sempre l’Austria, mentre a Roma riserverà solo una raccolta di cronache dal titolo <em>Quel che ho visto e udito a Roma</em>, pubblicata nel 1955 sulla rivista tedesca Akzente. In essa, accanto al degrado in cui versava all’epoca la città, emerge anche quell’inspiegabile fascino che convincerà la poetessa a restarvi fino al 1957. A Roma Ingeborg collabora con la rivista Botteghe Oscure su cui <strong>promuove le nuove voci della letteratura tedesca</strong> e che le permette di esplorare il rapporto di quest’ultima con quella italiana. Traduce in tedesco Giuseppe Ungaretti e nel 1956 pubblica la raccolta di poesie <em>Invocazione all’Orsa Maggiore</em>.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">In Germania</h3>



<p class="has-normal-font-size">Nel 1957 Ingeborg si trasferisce a Monaco di Baviera dove lavora come drammaturga per la televisione. In questi anni bavaresi intrattiene una relazione tormentata con lo scrittore svizzero Max Frisch, che si complimenta con lei per il radiodramma <em>Il buon Dio di Manhattan</em>. Di questa relazione esiste un carteggio pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo <em>“Non siamo stati bravi”</em>, tratto dalle parole dello stesso Frisch in una lettera indirizzata a Ingeborg. Nell’inverno 1959-1960 Ingeborg tiene un ciclo di conferenze sulla letteratura alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, pubblicate postume nel 1984 con il titolo <em>Lezioni di Francoforte</em>. La poetessa pubblica nel 1961 la raccolta di racconti <em>Il trentesimo anno</em>, premiata poi a Berlino, dove lei cadrà in uno stato di profonda depressione e inizierà ad assumere anche degli psicofarmaci nel disperato tentativo di riempire il vuoto interiore acuito dall’altalenante relazione con Frisch. Una dipendenza, questa, che l’accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">Gli ultimi anni</h3>



<p class="has-normal-font-size">Nel 1966 Ingeborg torna a Roma e proprio mentre risiede nella Città Eterna riceve nel 1968 il Premio nazionale austriaco per la letteratura, ennesima conferma del mai tramontato legame con la terra natia. Nel 1971 pubblica <em>Malina</em>, primo e unico romanzo completo della trilogia “Modi di morire”, da cui nel 1991 sarà tratto l’omonimo film diretto da Werner Schroeter. Nel 1972, invece, esce <em>Tre sentieri per il lago</em>, ultima opera di Ingeborg.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">La poesia di Ingeborg</h3>



<p class="has-normal-font-size">Per comprendere la poesia di Ingeborg Bachmann bisognerebbe forse partire dalla tragica fine della sua esperienza terrena, dal misterioso incidente del 26 settembre 1973 in cui rimane gravemente ustionata a causa di una sigaretta. In quel momento <strong>il fuoco ci ha privato di una delle più grandi poetesse del Novecento</strong>, rendendo però al tempo stesso immortale la sua poesia in cui lei, come la salamandra dei versi di <em>Spiegami, Amore</em>, supera le fiamme di ogni dolore:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Vedo la salamandra</em><br><em>attraversare ogni fuoco.</em><br><em>Non un fremito la scuote e nulla le dà dolore.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">La poesia di Ingeborg, coerente, incorruttibile e vera, ne è la più limpida testimonianza. Per lei, però, la parola è limitata e questo limite può essere superato solo se essa trae forza dall’esperienza umana, soprattutto dal dolore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-normal-font-size"><em>Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui anzi il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità.</em></p>
</blockquote>



<p class="has-normal-font-size">La verità si può pretendere<em>, discorso pronunciato il 17 marzo 1959 durante la premiazione della sua opera </em>Il buon Dio di Manhattan<em>.</em></p>



<p class="has-normal-font-size">Quindi, solo</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>spinti dalla nostalgia li oltrepasseremo</em> [i limiti]<br><em>e poi saremo in armonia in ogni luogo.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">E, come dice lei,</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>se una parola confina con me, la lascio fare.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Ma deve essere sempre una parola «libera, chiara e bella» a cui dare del tu, come fa lei in <em>Discorso e diceria</em>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Parola, muori nella palude,</em><br><em>da cui sgorga la pozzanghera.</em><br><em>Parola sii con noi</em><br><em>pazientemente tenera</em><br><em>e impaziente. Deve il seminare</em><br><em>avere fine.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Per Ingeborg il poeta può avvicinarsi alla verità soprattutto di notte, perché, come spiega in un’intervista,</p>



<figure class="wp-block-pullquote has-normal-font-size"><blockquote><p><em>l’uomo, che durante il giorno fa questo e quello, nella notte rientra in sé e pensa veramente. Se siamo veri, lo siamo di notte, appena stiamo completamente soli.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Solo di notte, dunque, si può scendere nelle proprie profondità o, come scrive nella <em>Boemia è sul mare,</em> andare</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>a fondo – cioè al mare, là ritrovo la Boemia.</em><br><em>A fondo, in rovina, mi sveglio quieta.</em><br><em>Fino in fondo ora so, e non son persa.</em><br><em>[…] E sbagliate cento volte,</em><br><em>come sbaglio io che non ho mai superato prove,</em><br><em>eppur le ho superate tutte, una dopo l’altra.</em><br><em>[…] Confino ancora con una parola e con un’altra terra,</em><br><em>confino, per quanto poco, con tutto, sempre più.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Anche la morte custodisce gli accordi segreti della vita come in <em>Dire cose oscure</em>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Come Orfeo io suono</em><br><em>la morte sulle corde della vita</em><br><em>e fin dentro la bellezza</em><br><em>e dei tuoi occhi, che governano il cielo,</em><br><em>so dire solo cose oscure.</em><br><em>[…] Ma come Orfeo io so</em><br><em>la vita dalla parte della morte</em><br><em>e mi diventa azzurro</em><br><em>l’occhio tuo chiuso per sempre.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Partendo, quindi, dai più oscuri e insondabili abissi dell’esistenza, si può estrarre, come nel caso della poesia <em>Prender paese</em>,</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>un corno piantato nel terreno,</em><br><em>dalla guidaiola ostinato,</em><br><em>nel buio confitto.</em><br><em>Dalla terra lo presi,</em><br><em>al cielo lo levai</em><br><em>con forza intatta.</em><br><em>Per colmare</em><br><em>questo paese con suoni,</em><br><em>nel corno soffiai,</em><br><em>volendo nel vento incombente</em><br><em>e tra steli increspati</em><br><em>di ogni origine vivere!</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">In quell’origine primordiale di cui il poeta deve nutrirsi risiede il vero che nel «muro apre le crepe» e che «non crea tempo, lo salva». Lo stesso tempo che salva Ingeborg nel rapporto intimo con la madre in <em>A sera chiedo a mia madr</em>e:</p>



<figure class="wp-block-pullquote has-normal-font-size"><blockquote><p><em>Nel profondo esigo sempre</em><br><em>di narrare proprio tutto,</em><br><em>di assortire in accordi</em><br><em>ciò che in suoni mi lambisce.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">L’esperienza dolorosa della guerra, invece, trova spazio soprattutto in <em>Tutti i giorni</em>, poesia in cui Ingeborg usa il linguaggio militare soprattutto per disarmarne o sovvertirne i valori in nome di un’umanità da ritrovare e di quel pacifismo che inizia a emergere nei primi anni della Guerra fredda. L’eroe è chi ha il coraggio di ribellarsi, mentre è debole chi è succube degli ordini di morte.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>[…] L’eroe</em><br><em>resta lontano dai combattimenti. Il debole</em><br><em>è trasferito nelle zone del fuoco.</em><br><em>la divisa di oggi è la pazienza,</em><br><em>medaglia la misera stella</em><br><em>della speranza, appuntata sul cuore.</em><br><em>[…] Viene conferita</em><br><em>per la diserzione delle bandiere,</em><br><em>per il valore di fronte all’amico,</em><br><em>per il tradimento di segreti obbrobriosi</em><br><em>e l’inosservanza di tutti gli ordini.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Negli ultimi anni della tormentata relazione con Frisch e della conseguente depressione, la poesia di Ingeborg muta, diventa ancora più vera, affilata, violenta, come si può leggere in alcuni frammenti sparsi pubblicati dai fratelli a trent’anni dalla morte, e contro la sua volontà, nella raccolta<strong> <em>Non conosco mondo migliore</em>.</strong> Sono questi gli anni in cui la poetessa inizierà a dedicarsi di più alla prosa, che risponderà meglio alla sua esigenza di superare il dolore che l’affligge. In una sua celebre frase riportata nella raccolta di interviste dal titolo <em>In cerca di frasi vere</em> dirà:</p>



<figure class="wp-block-pullquote has-normal-font-size"><blockquote><p><em>Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di “esserne capace” anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">In realtà, Ingeborg non chiuderà mai del tutto le porte alla poesia, ma da questo momento in poi i suoi versi soffriranno di un’incompiutezza talvolta apparente in cui la parola non si carica di altri significati oltre a quello originario e crudo ma comunque incisivo nel raccontare lo stato d’animo di una donna che si aggrappa alla scrittura con tutta sé stessa:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Ho di nuovo la penna</em><br><em>in mano</em><br><em>con la punta più dura,</em><br><em>salta ai volti</em><br><em>e torna al proprio</em><br><em>volto, gratto, strappo, aguzzo</em><br><em>un canto crudele</em><br><em>e condanno a un bagno di sangue.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Sono poi emblematiche e al tempo stesso potenti le parole di Ingeborg quando dice</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>[…] cerco tutte le creature violentate</em><br><em>quelle dismesse e il vetrino buttato</em><br><em>i vestiti svenduti, le case ormai bruciate che gridano</em><br><em>vendetta, e mi arrangio con il superfluo,</em><br><em>Tutto ciò mi somiglia.</em></p></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Perché leggerla oggi</h2>



<p class="has-normal-font-size">Qui è stata delineata, in maniera del tutto sommaria e senza alcuna pretesa di esaustività, l’esperienza terrena e poetica di una donna che ha saputo riversare nella scrittura la parte più autentica di sé, nel bene e nel male, senza cadere nei ghirigori di una poesia sterile e ormai inadeguata per i suoi tempi. Senza contare che in questa sede è stata trascurata, per motivi di spazio, la sua narrativa, che meriterebbe un approfondimento a parte, pur rappresentando la summa della sua poetica ed essendo, quindi, strettamente intrecciata al discorso fatto fin qui. Seguire oggi la parabola poetica, tragica ma ardente di vita, di Ingeborg Bachmann significa riscoprire un vissuto che ci fa da specchio e ci insegna a stare nel dolore e ad attraversare con coraggio gli anfratti più bui della nostra vita. Perché anche la poesia, spesso data per scontata, è un atto di coraggio, un modo rivoluzionario di stare nel mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Curiosità</h2>



<p class="has-normal-font-size">A Ingeborg Bachmann è stato intitolato <strong>il premio letterario di Klangenfurt,</strong> dove sulla facciata del Musilhaus (Museo di Robert Musil, illustre concittadino della poetessa) campeggia un suo ritratto realizzato nel 2010 dallo street artist francese Jef Aérosol.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse has-normal-font-size">Figini A., «A Roma con Ingeborg Bachmann», Quodlibet, 25 giugno 2023, <a href="https://www.quodlibet.it/recensione/6032" target="_blank" rel="noopener">https://www.quodlibet.it/recensione/6032</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>Freschi M., «L’invocazione di Ingeborg Bachmann», Doppiozero, 17 ottobre 2023, <a href="https://www.doppiozero.com/linvocazione-di-ingeborg-bachmann" target="_blank" rel="noopener">https://www.doppiozero.com/linvocazione-di-ingeborg-bachmann</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>Linguaglossa G., Grieco Rathgeb S., Bortoli S., «Ingeborg Bachmann. Poesie da Non conosco mondo migliore», 9 giugno 2019, <a href="https://tinyurl.com/4zaju2vd" target="_blank" rel="noopener">https://tinyurl.com/4zaju2vd</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>Ranzani A., «Ingeborg Bachmann, “Non conosco mondo migliore”», dietroleparole.it, 16 dicembre 2014, <a href="https://dietroleparole.it/2014/12/16/ingeborg-bachmann-non-conosco-mondo-migliore/" target="_blank" rel="noopener">https://dietroleparole.it/2014/12/16/ingeborg-bachmann-non-conosco-mondo-migliore/</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>E’ morta la scrittrice Ingeborg Bachmann, «La Stampa», 18 ottobre 1973, <a href="https://tinyurl.com/yd42sua5 " target="_blank" rel="noopener">https://tinyurl.com/yd42sua5 </a>(ultima consultazione: 4 luglio 2026)<br><br>La scrittrice Inge Bachman è gravissima all'ospedale, «La Stampa», 3 ottobre 1973, <a href="https://tinyurl.com/yd42sua5" target="_blank" rel="noopener">https://tinyurl.com/yd42sua5</a> (ultima consultazione: 4 luglio 2026)<br><br>«Ingeborg Bachmann», Oblique, <a href="https://www.oblique.it/manifesto_bachmann.html" target="_blank" rel="noopener">https://www.oblique.it/manifesto_bachmann.html</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>«Ingeborg Bachmann – Giorni in bianco», Vincenza Fava (Youtube), <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DxEH2_u1kuE" target="_blank" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=DxEH2_u1kuE</a> (Ultima consultazione: 4 luglio 2026)<br><br>«Ingeborg Bachmann. Poesie scelte», Avamposto, <a href="https://tinyurl.com/su5y4pce" target="_blank" rel="noopener">https://tinyurl.com/su5y4pce</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>«Ingeborg Bachmann: Shakespeare aveva ragione», Rai Cultura, <a href="https://tinyurl.com/su5y4pce" target="_blank" rel="noopener">https://tinyurl.com/su5y4pce</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)<br><br>«Ingeborg Bachmann. Poesia, voce e utopia del mare», exlibris20, <a href="https://www.exlibris20.it/ingeborg-bachmann-dedica-poesia-voce-utopia/" target="_blank" rel="noopener">https://www.exlibris20.it/ingeborg-bachmann-dedica-poesia-voce-utopia/</a> (ultima consultazione: 2 luglio 2026)</pre>



<p class="has-normal-font-size">[<strong>Articolo di Francesco Ambrosio</strong>, <em>giornalista e editor freelance</em>]



<p></p>
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		<title>Leoba, la più antica poetessa inglese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 14:35:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Latine]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Medievali]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[I più antichi versi noti scritti da una donna inglese giunti fino a noi sono quelli di Leoba, missionaria benedettina vissuta nell&#8217;VIII secolo. Nata nel Wessex, uno dei sette regni in cui allora era suddivisa l&#8217;Inghilterra, Leoba fu tra le protagoniste della storia europea alto medievale. Trasformò l&#8217;abbazia di Tauberbischofsheim in un importante centro culturale, [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-normal-font-size">I più antichi versi noti scritti da una donna inglese giunti fino a noi sono quelli di Leoba, missionaria benedettina vissuta nell&#8217;VIII secolo. Nata nel Wessex, uno dei sette regni in cui allora era suddivisa l&#8217;Inghilterra, Leoba fu tra le protagoniste della storia europea alto medievale.<strong> Trasformò l&#8217;abbazia di Tauberbischofsheim in un importante centro culturale</strong>, ebbe un ruolo fondamentale nella cristianizzazione della Germania ed era frequentemente consultata dai principali ecclesiastici di Fulda. Una sua biografia, scritta da Rodolfo di Fulda cinquanta anni dopo la sua morte, ne consolidò la fama di donna erudita e santa. Purtroppo i suoi componimenti sono andati quasi completamente perduti. Di lei resta solo una breve poesia in latino. Poco ma sufficiente a farci intravedere la sua istruzione e il suo ingegno.</p>



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<div id="faq-question-1780689591301" class="rank-math-list-item">
<div class="rank-math-question "><strong>Chi era Leoba, in sintesi</strong></div>
<div class="rank-math-answer ">

<p>Leoba (o Lioba, VIII secolo) fu una monaca, badessa e missionaria anglosassone attiva nella Germania carolingia. Considerata una delle figure femminili più influenti dell&#8217;Alto Medioevo, guidò il monastero di Tauberbischofsheim, collaborò con San Bonifacio e godette della stima della corte di Carlo Magno. Di tutta la sua produzione letteraria sopravvive una breve poesia latina contenuta in una lettera indirizzata a Bonifacio intorno al 732, considerata la più antica testimonianza poetica conservata di una donna inglese. I suoi versi rivelano una solida formazione classica e testimoniano il ruolo dei monasteri femminili come centri di istruzione e cultura nell&#8217;Europa dell&#8217;VIII secolo.</p>

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<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Vita</h2>



<p class="has-normal-font-size">Leoba (conosciuta anche come <strong>Lioba o Leofgyth) </strong>nacque nei primi anni dell&#8217;VIII secolo, figlia unica di genitori nobili, prese i voti giovanissima nel convento di Wimborne, nel Dorset. Lì ricevette un&#8217;ottima educazione, e imparò a scrivere prose e poesie in latino.</p>



<p class="has-normal-font-size">In questa lingua iniziò una corrispondenza epistolare con San Bonifacio, vescovo e missionario parente di sua madre. Bonifacio, apprezzando la sua devozione e la sua intelligenza, la chiamò a dirigere come badessa il neonato convento di Tauberbischofsheim in Germania. Leoba si stabilì là intorno al 748.</p>



<p class="has-normal-font-size">In pochi anni sotto la sua guida Tauberbischofsheim diventò un rilevante centro religioso e formativo. Leoba era stimata sia dalle consorelle sia dai leader spirituali e politici. Fu consigliera dei vescovi di Fulda e dei re franchi, e Ildegarda – la prima moglie di Carlo Magno &#8211; la convocò persino a corte. Negli ultimi anni soggiornò con un piccolo gruppo di suore a Schornsheim, in una proprietà concessa da Carlo Magno. Lì morì il 28 settembre 782 (<em>n.d.r.</em> la data è quella generalmente accettata dalla storiografia moderna)</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-normal-font-size"><em>“Ho composto i seguenti versi secondo le regole dell&#8217;arte poetica, non confidando nella mia presunzione, ma cercando solo di esercitare il mio minimo talento”</em></p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Opere</h2>



<p class="has-normal-font-size">Dell&#8217;intera sua produzione letteraria è sopravvissuta soltanto una breve poesia latina inserita in una lettera indirizzata a Bonifacio intorno al 732. Per questo motivo, anche se di origine inglese, in questo sito Leoba è censita come poetessa latina a livello di classificazione letteraria. Naturalmente si tratta di latino medievale.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Temi, poetica e stile</h2>



<p class="has-normal-font-size">Nella lettera Leoba chiede a San Bonifacio, che considera come un fratello, di pregare per l&#8217;anima del padre defunto e per la salute della madre malata. Poi parla della sua scrittura. Dice di aver imparato l&#8217;arte poetica dalla monaca Eadburga, di cui loda l&#8217;erudizione e la fede. Infine lo invita a leggere i suoi versi, definiti “rozzi”, espressione di un “talento minimo”, che necessita di esercizio e correzione.</p>



<p class="has-normal-font-size">Posto in fondo alla lettera, il componimento funge anche da saluto solenne.</p>



<figure class="wp-block-pullquote has-normal-font-size"><blockquote><p><br><em>&#8220;Addio, e possa tu vivere a lungo, con una vita felice, intercedendo per me. </em><br><em>L&#8217;Arbitro onnipotente, l&#8217;unico che ha creato ogni cosa,</em><br><em>Colui che risplende sempre di luce nel regno del Padre,</em><br><em>dove la gloria di Cristo regna sempre ardente,</em><br><em>ti custodisca incolume per sempre, secondo la sua legge eterna.&#8221;</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Leoba non scrive affatto in modo rozzo. Ha un&#8217;ottima conoscenza della sintassi, della versificazione e delle figure retoriche. La sua modestia è una <em><strong>captatio benevolentiae</strong></em> ben calcolata per attirare l&#8217;attenzione di Bonifacio.</p>



<p class="has-normal-font-size">Gli studiosi hanno osservato la somiglianza tra il suo stile e quello di Aldhelm, poeta inglese attivo pochi anni prima di lei. Leoba mostra dunque un&#8217;ampia cultura che spazia dalla latinità classica agli autori contemporanei.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Perché leggerla oggi</h2>



<p class="has-normal-font-size">Perché offre uno spiraglio sull&#8217;educazione e la condizione femminile in un periodo storico poco conosciuto.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Curiosità</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li class="has-normal-font-size">Leoba è una santa riconosciuta dalla Chiesa Cattolica e celebrata ogni 28 settembre.</li>



<li class="has-normal-font-size">Le è stato dedicato un asteroide scoperto nel 1922: <em>974 Lioba</em>.</li>



<li class="has-normal-font-size">Un monumento in suo onore si trova a Schornsheim, sua ultima residenza.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse has-normal-font-size">- "Vita e lettere di San Bonifacio" tradotto da Enrica Mascherpa e pubblicato dalla casa editrice "La Scala" nel 1991 - fonte dei tesi tradotti in pagina
- Gallagher John Leoba: England’s Earliest Female Poet
- <a href="https://www.medievalists.net/2026/03/leoba-englands-earliest-female-poet/" target="_blank" rel="noopener">Columbia CTL</a>, fonte 1  (ultima consultazione il 23/03/2026)
- <a href="http://Gallagher John Leoba: England’s Earliest Female Poet  Columbia CTL  (ultima consultazione il 23/03/2026)  Columbia (ultima consultazione il 23/03/2026)  Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Leoba (ultima consultazione il 23/03/2026)">Columbia CTL</a>, fonte 2 (ultima consultazione il 23/03/2026)
- <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Leoba" target="_blank" rel="noopener">Wikipedia, Leoba</a> (ultima consultazione il 23/03/2026)

<strong>[Articolo a cura di Grazia Guarnieri]</strong>
</pre>



<p></p>
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		<title>Tullia d&#8217;Aragona, &#8220;In gentil foco accesa&#8221;</title>
		<link>https://www.poetessedonne.it/italiane/tullia-daragona-in-gentil-foco-accesa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:31:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Italiane]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Moderne]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Donna, poetessa, filosofa, animatrice culturale e cortigiana nel Cinquecento. Questo già basterebbe a fare di Tullia d’Aragona un personaggio sui generis. Eppure ella fu anticonformista sotto ogni punto di vista, come quando si rifiutò di indossare il velo giallo riservato alle cortigiane o come quando inveì contro i predicatori o ancora come quando fece dell’amore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-normal-font-size">Donna, poetessa, filosofa, animatrice culturale e cortigiana nel Cinquecento.</p>



<p class="has-normal-font-size">Questo già basterebbe a fare di Tullia d’Aragona un personaggio <em>sui generis</em>. Eppure ella fu anticonformista sotto ogni punto di vista, come quando si <strong>rifiutò di indossare il velo giallo riservato alle cortigiane</strong> o come quando inveì contro i predicatori o ancora come quando fece dell’amore &#8211; e dell’eros soprattutto &#8211; il soggetto dei suoi versi.</p>


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<div id="faq-question-1780689591301" class="rank-math-list-item">
<div class="rank-math-question "><strong>Chi era Tullia d&#8217;Aragona, in sintesi</strong></div>
<div class="rank-math-answer ">

<p>Tullia d&#8217;Aragona fu una poetessa e filosofa italiana del Rinascimento. <strong>Nata all&#8217;inizio del XVI</strong> secolo, riuscì a conquistare uno spazio autonomo nel mondo intellettuale dominato dagli uomini, trasformando la propria esperienza di donna e cortigiana in materia letteraria e filosofica.<strong> Nelle sue poesie e nel Dialogo dell&#8217;infinità</strong> d&#8217;amore affrontò temi come il desiderio, la libertà femminile e la dignità delle donne, anticipando questioni che sarebbero diventate centrali nei secoli successivi. Oggi è considerata una delle più importanti voci femminili del Cinquecento italiano.</p>

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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Una vita all’insegna del mistero</h2>



<p class="has-normal-font-size">Nata probabilmente a <strong>Roma nel primo decennio del Cinquecento</strong>, da madre cortigiana di origini ferraresi e da un uomo sconosciuto, la sua vita fu avvolta dal mistero sin dai primi vagiti. Tuttavia, ella era solita affermare di essere figlia naturale del cardinale Luigi d’Aragona, nipote di re Alfonso II di Napoli, assiduo frequentatore della taverna dove la madre esercitava il suo mestiere, sebbene in un documento appare come suo padre tal Costanzo Palmieri d’Aragona.</p>



<p class="has-normal-font-size">Trascorse l’infanzia tra Roma, Siena e Firenze; ben presto sua madre si accorse del suo talento poetico e decise di tornare a Roma dove la fanciulla avrebbe potuto avere maggiori possibilità di essere notata. Tuttavia, Tullia d’Aragona fu notata anzitutto <strong>per la sua bellezza e per l’aspetto misterioso</strong> che le donavano la sua grazia e la cascata di lunghi capelli biondi che incorniciavano un volto d’alabastro su cui spiccavano profondi occhi scuri. Alla ragazza, allora già cortigiana, furono infatti attribuiti onori per la sua beltade, come testimoniano i madrigali di Verdelot. Tornò poi a Ferrara. Tuttavia, dalle lettere del banchiere Filippo Strozzi così come da quelle di altri spasimanti meno noti, appare evidente come non fosse solo il suo voluttuoso corpo ad attrarre gli uomini, ma la sua arguzia, il suo spirito, le sue velleità letterarie e la capacità di conversare con loro come pari, senza temerne minimamente il giudizio. A dimostrazione di quanto le sue capacità intellettive fossero apprezzate dagli uomini più illuminati fra i suoi contemporanei si possono citare, a titolo esemplificativo, i carteggi intessuti con Pietro Bembo, Girolamo Muzio, Ercole Bentivoglio, Bernardo Tasso e Giulio Camillo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-huge-font-size">Riprendersi la propria voce come missione femminile</h2>



<p class="has-normal-font-size">1543. Per sottrarsi alle malelingue e affrancarsi dal bollino apposto alle cortigiane, decise di sposarsi. Il suo matrimonio divenne l’evento dell’anno, non tanto per lo sposo scelto (Silvestro Guicciardi), quanto per la sua propria notorietà.</p>



<p class="has-normal-font-size">Libera così dalla schiavitù del pregiudizio, nel 1545 si recò nella Firenze di Cosimo I de’ Medici, a cui dedicò due anni più tardi <strong><em>Dialogo dell’infinità d’amore</em></strong>.</p>



<p class="has-normal-font-size">Con questo titolo d’Aragona rompe la tradizione dall’interno, riprendendosi finalmente la voce a lungo sottratta alle donne, spesso oggetto di narrazione e di dibattito dei dialoghi ma mai protagoniste. L’amore viene allora analizzato attraverso una insolita lente di ingrandimento: lo <strong>sguardo della donna</strong> e la <strong>parità </strong>di uomo e donna dinanzi all’eros in ogni ambito del quotidiano.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>E s&#8217;altro a me non la facesse conta,</em><br><em>si la farìa quell&#8217;amoroso orrore</em><br><em>ch&#8217;a l&#8217;apparir di lei m&#8217;ha l&#8217;alma ingombra,</em><br><em>e quel desio, che qui condotto m&#8217;have,</em><br><em>u&#8217; condur non poteami altro desìo</em></p><cite>Da<em> Il furore</em></cite></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Nello stesso anno diede alle stampe <strong><em>Rime</em></strong>, una raccolta di versi in pieno stile petrarchesco, riecheggiando il Maestro come prima di lei avevano osato fare solo gli uomini.</p>



<p class="has-normal-font-size"><em>Rime</em>, questa volta dedicato a Eleonora di Toledo, la moglie di Cosimo I, a cui l’autrice chiese e da cui ottenne di poter evitare di indossare il velo giallo che cortigiane ed ex cortigiane erano costrette a usare per distinguersi dal resto della popolazione ed evitare così di attirare gli sguardi e le ire dei benpensanti su di sé e sulla sua attività poetica.</p>



<p class="has-normal-font-size"><strong>Il un volume risulta intriso da un forte afflato sensuale</strong>; corpo e anima allora hanno lo stesso peso e lo stesso valore per la “figlia dell’amore” che “visse sacra all’amore”. Un atteggiamento atipico per le donne ma che, ancora una volta, permise a Tullia d’Aragona di riacquistare la voce sottratta al genere femminile. E tal proposito, ella utilizzò la sua voce anche per scagliarsi contro i moralizzatori, in modo particolare contro Bernardino Ochino che aveva messo al bando le passioni, la musica, la danza e le feste in maschera poiché ritenuti simbolo di perdizione.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Quanto a me Amor: Le tue ritrose voglie</em><br><em>Muterò, disse: e femmi prigioniera</em><br><em>Di tua virtù, per rinnovar mie voglie.</em></p></blockquote></figure>



<p class="has-normal-font-size">Tullia d’Aragona morì sola, esiliata dalla società benpensante e orfana di ogni affetto nel 1556 a Roma. Considerata da molti “la cortigiana degli Accademici”, fu bersaglio delle peggiori ingiurie anche dopo la morte e nonostante avesse largamente dimostrato il suo valore con i propri scritti e anche con le sue ardue traduzioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-large-font-size">Se forse per pietà del mio languire</h3>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Se forse per pietà del mio languire<br>al suon del tristo pianto in questo loco<br>ten vieni a me, che tutta fiamma e foco<br>ardomi, e struggo colma di disire,<br>vago augellino, e meco il mio martìre<br>ch&#8217;in pena volge ogni passato gioco,<br>piangi cantando in suon dolente e roco,<br>veggendomi del duol quasi perire;<br>pregoti per l&#8217;ardor che sì m&#8217;addoglia,<br>ne voli in quella amena e cruda valle<br>ov&#8217;è chi sol può darmi e morte e vita;<br>e cantando gli di&#8217; che cangi voglia,<br>volgendo a Roma &#8216;l viso, e a lei le spalle,<br>se vuol l&#8217;alma trovar col corpo unita.</p></blockquote></figure>



<p class="has-huge-font-size">Bibliografia</p>



<pre class="wp-block-verse has-normal-font-size">- Delfina Giovannozzi,<strong>“Ritratto di signora”. Tullia d’Aragona in alcuni trattati coevi sull’amore</strong>, in «Women in controversy / Dibattiti e controversie»,Mimesis Journal, pp. 29 - 46<br>- Floriana Calitti, <strong>Un “caso di studio”: le opere di Tullia d’Aragona tra filologia e studi di genere</strong>, in «Schifanoio», fascicoli 58 -59, pp. 183 - 190 Codice DOI https://dx.doi.org/10.19272/202010802021<br>- Julia Hairston, <strong>Tullia d’Aragona,</strong> voce Treccani<br>- Jung, Kyunghee, <strong>La trattatistica d’amore del cinquecento e il «Dialogo dell’Infinità d’amore»</strong> di Tullia d’Aragona, tesi di Dottorato, UniPd<br>- Luca D’Ascia, <strong>Ermafrodito amoroso e ragione senza genere: Tullia d’Aragona e Benedetto Varchi nel Dialogo dell’infinità d’amore</strong>, in «SigMa», Vol. 4, 2020, pp. 460 - 505<br>- Monika Antes, <strong>Tullia d'Aragona. Cortigiana e filosofa. Con il testo del dialogo «della infinità di amore»</strong>, Pagliai Editore<br>- Sara Mostoccio, <strong>Tullia D’Aragona, la poetessa cortigiana che credeva nella parità tra uomo e donna</strong>, in «Elle», 18/02/2020<br>- Tullia d'Aragona, <strong>Le rime di Tullia d'Aragona</strong>, cortigiana del secolo XVI<br><br>Si possono leggere alcuni suoi componimenti poetici su <a href="https://www.liberliber.eu/mediateca/libri/a/aragona/le_rime_di_tullia_d_aragona_cortigiana_del_secolo_xvi/pdf/le_rim_p.pdf" target="_blank" rel="noopener">LiberLiber</a><br><br><br><br><br></pre>



<p class="has-normal-font-size"><br><strong>[Articolo a cura della poetessa Rosaria Scialpi]</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-poetesse-donne-da-ricordare wp-block-embed-poetesse-donne-da-ricordare"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="subpRGRLtw"><a href="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/rosaria-scialpi/">Rosaria Scialpi</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Rosaria Scialpi&#8221; &#8212; Poetesse: Donne Da Ricordare" src="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/rosaria-scialpi/embed/#?secret=8k93UGqL0N#?secret=subpRGRLtw" data-secret="subpRGRLtw" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>
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		<title>Goliarda Sapienza, libertà e desiderio nel 900 italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Feb 2026 14:50:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Italiane]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Assediati giochiamo ai dadi / assediati posiamo le armi / e aspettiamo / L&#8217;assedio finirà / giochiamo Aiace / l&#8217;assedio finirà. Ancestrale, Goliarda Sapienza Goliarda Sapienza è una delle voci più radicali e riconoscibili della letteratura italiana del Novecento. Attrice e scrittrice, ha attraversato la cultura del suo tempo con uno sguardo libero, anticonformista, spesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Assediati giochiamo ai dadi / assediati posiamo le armi / e aspettiamo / L&#8217;assedio finirà / giochiamo Aiace / l&#8217;assedio finirà.</p>



<p><em>Ancestrale</em>, Goliarda Sapienza</p>
</blockquote>



<p>Goliarda Sapienza è una delle voci più radicali e riconoscibili della <strong>letteratura italiana del Novecento</strong>. Attrice e scrittrice, ha attraversato la cultura del suo tempo con uno sguardo libero, anticonformista, spesso in anticipo rispetto alla ricezione critica. La sua opera più celebre, <em>L’arte della gioia</em>, rifiutata a lungo dagli editori italiani, è divenuta dopo la<strong> pubblicazione postuma </strong>un caso letterario internazionale: un romanzo-fiume di formazione e autodeterminazione femminile, lucido e incendiario.</p>



<p>Goliarda Sapienza, pur conosciuta soprattutto come narratrice, offre in<strong> <em>Ancestrale</em></strong> una poesia intensamente lirica, corporea e musicale: la sua lingua poetica è essenziale, cerca la verità dell’esperienza, dell’identità e del desiderio, senza censurare dolore, contraddizioni e fragilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Vita</h2>



<p>Goliarda Sapienza nasce a Catania nel <strong>1924</strong>, in una famiglia fuori dalle convenzioni: il padre Giuseppe Sapienza, avvocato socialista, e la madre Maria Giudice, militante politica e figura carismatica del femminismo e del movimento operaio. Cresce in un ambiente in cui l’educazione passa attraverso libri, discussioni, libertà intellettuale e una forte fiducia nell’indipendenza.</p>



<p>Si trasferisce giovanissima a Roma, dove studia recitazione all’Accademia d’Arte Drammatica e lavora come attrice in teatro e cinema. Negli anni Cinquanta e Sessanta entra in contatto con il mondo culturale romano, ma vive anche fasi di crisi profonda, culminate in una depressione e in un ricovero: esperienze che segneranno in modo decisivo la sua scrittura autobiografica.</p>



<p>Negli anni Settanta si dedica quasi totalmente alla letteratura. Lavora per lungo tempo a <strong><em>L’arte della gioia</em></strong>, che però non trova editore. Muore a Gaeta nel <strong>1996</strong>, prima di vedere riconosciuta la portata della propria opera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Opere principali</h2>



<p><strong>Poesie</strong></p>



<p>Ancestrale (2015, 2025)</p>



<p><strong>Romanzi</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Lettera aperta (1967)</li>



<li>Il filo di mezzogiorno (1969)</li>



<li>L’università di Rebibbia (1983)</li>



<li>Le certezze del dubbio (1987)</li>



<li>L’arte della gioia (scritto tra anni ’60 e ’70, pubblicato postumo)</li>



<li>Io, Jean Gabin (2010, postumo)</li>



<li>Appuntamento a Positano (2015, postumo)</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Temi e poetica</h2>



<p>La parola-chiave di Sapienza è libertà: <strong>libertà sessuale, sociale, mentale. </strong>I suoi personaggi femminili non cercano redenzione, ma possibilità: vivere pienamente senza chiedere permesso.</p>



<p>Il corpo è centro di esperienza e conoscenza: desiderio, piacere, maternità rifiutata o scelta, violenza e autodeterminazione. Sapienza scrive l’eros con franchezza e intelligenza, scardinando la sottomissione a qualsiasi codice moralistico.</p>



<p>I versi di Sapienza nascono della propria identità, della libertà di essere, delle ambiguità della personalità e dei sentimenti, di ciò che la società tenta di cancellare o normalizzare. Sapienza <strong>smaschera l’ipocrisia della rispettabilità:</strong> famiglia, classe, istituzioni. È feroce e ironica contro ogni addomesticamento, anche quello “progressista” che si trasforma in nuova gabbia per l’identità femminile.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><br>“<em>Non sprecare il tepore del tuo pube</em><br><em>non serrare il tuo passo in gonne strette</em><br><em>di tetra seta, ma lascia</em><br><em>Per favore accenderti i capelli</em><br><em>Dal sole che scantona dietro il muro.</em><br><em>Non vorrei che sorpresa dalla luna</em><br><em>ti trovassi costretta in una notte</em><br><em>a gridare pentita con quel viso</em><br><em>di donna disseccata sopra il tuo</em>”</p><cite><strong>PERORAZIONE </strong>(Ancestrale, ET Poesia, 2025)</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Stile</h2>



<p>La poesia di Goliarda Sapienza è diretta, asciutta, assoluta. I suoi versi rendono <strong>persistenti emozioni e sentimenti.</strong> Come nella prosa, Sapienza non edulcora nulla: mette a nudo drammi personali, contraddizioni, paure e desideri, restituendo frammenti di realtà liberati da ogni orpello. Ne emerge il ritratto di una donna libera, coraggiosa e senza filtri, radicale nella sua ricerca di bellezza, verità e libertà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché leggerla oggi</h2>



<p>Goliarda Sapienza offre una scrittura che non cerca di spiegare le donne: le lascia accadere e le racconta. La sue poesie parlano a chi rifiuta le definizioni semplici. È una letteratura che apre le porte alle ambiguità e alle emozioni più difficili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Curiosità</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>L’arte della gioia </strong>è stato a lungo rifiutato in Italia e ha trovato riconoscimento prima all’estero, diventando un caso editoriale e critico.</li>



<li>La formazione di attrice ha inciso molto sullo stile di Sapienza: scene vive, dialoghi taglienti, una forte presenza del corpo.</li>



<li>La sua famiglia d’origine era un vero laboratorio politico e culturale, rarissimo per l’Italia dell’epoca.</li>



<li>Angelo Pellegrino, attore e scrittore e marito di Goliarda Sapienza è il curatore di Ancestrale.</li>



<li>Nel 2024 la figura di Goliarda Sapienza torna al centro dell’attenzione grazie al film <strong>Fuori</strong>, diretto da Mario Martone e nella miniserie <strong>L’arte della gioia</strong>, diretta da Valeria Golino.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Ancestrale, Goliarda Sapienza, ET Poesia, 2025<br><br>Wikipedia: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Goliarda_Sapienza" target="_blank" rel="noopener">https://it.wikipedia.org/wiki/Goliarda_Sapienza</a></pre>



<p><strong>[Articolo a cura della poetessa Stefania Lucchetti]</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-poetesse-donne-da-ricordare wp-block-embed-poetesse-donne-da-ricordare"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="ZwN9LcrQju"><a href="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/stefania-lucchetti/">Stefania Lucchetti</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Stefania Lucchetti&#8221; &#8212; Poetesse: Donne Da Ricordare" src="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/stefania-lucchetti/embed/#?secret=UtA3u4UsSG#?secret=ZwN9LcrQju" data-secret="ZwN9LcrQju" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p></p>
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		<title>Fadwa Tuqan, poesia è resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 15:20:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Palestinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[L’amore era per me una [via di] fuga in cui rifugiarmiper mezzo di esso fuggo dalla mia tragedia. Lui e lei, traduzione di Carolina Massara Fadwa Tuqan o Touqan (Nablus, 1917–2003) è considerata una delle voci più importanti della poesia palestinese del Novecento e una delle prime poetesse a trasformare l’esperienza individuale della donna in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’amore era per me una [via di] fuga in cui rifugiarmi<br>per mezzo di esso fuggo dalla mia tragedia.</p>



<p><strong><em>Lui e lei</em></strong>, traduzione di Carolina Massara</p>
</blockquote>



<p>Fadwa Tuqan o Touqan (Nablus, 1917–2003) è considerata una delle voci più importanti della poesia palestinese del Novecento e una delle prime poetesse a trasformare l’esperienza individuale della donna in <strong>linguaggio poetico di resistenza</strong>.<br>La sua opera attraversa quasi un secolo di storia palestinese, intrecciando vicenda personale, condizione femminile e tragedia collettiva.</p>



<p>Come evidenziano gli studi critici, la sua poesia non nasce subito come dichiarazione politica: prende forma inizialmente come <strong>atto di sopravvivenza privata</strong>, per poi diventare, soprattutto dopo il 1967, una voce pubblica e condivisa della resistenza palestinese.</p>



<pre class="wp-block-verse">Nota: Il nome si pronuncia FÀD-wa TÙ-kan</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Biografia</h2>



<p>Settima di dieci figli, Fadwa crebbe in una famiglia tradizionale e patriarcale e trascorse gran parte della giovinezza in una condizione di <strong>reclusione domestica</strong>, privata dell’istruzione formale e della libertà di movimento. Tale condizione la condusse anche a tentare il suicidio.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>«Sono uscita dal nulla per entrare in un mondo inospitale. Durante i primi mesi di gravidanza mia madre provò a più riprese a disfarsi di me. Ma i suoi tentativi furono vani».</p><cite>Ṭūqān, Fadwā. <em>Le Rocher et la Peine :Mémoires I</em>,&nbsp;trad. fr. di Joséphine Lama e Benoît Tadié, Langues et Mondes, 1997, p. 15.</cite></blockquote></figure>



<p>Fu il fratello Ibrāhīm, poeta e figura centrale del nazionalismo palestinese, ad insegnarle la poesia araba classica e moderna, che diventa presto l’unico spazio possibile di espressione e di costruzione del sé. La critica ha sottolineato come questa esperienza di clausura abbia inciso profondamente sulla sua scrittura, rendendo il tema della <strong>prigionia</strong> uno dei nuclei costanti della sua opera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le tre fasi della sua poesia</h2>



<h3 class="wp-block-heading">Prima fase: <em>La poesia della reclusione e della voce interiore</em></h3>



<p><strong>(anni ’30–inizio anni ’40)</strong></p>



<p>Questa fase coincide con la <strong>reclusione domestica</strong> e con l’apprendistato poetico.<br>Le poesie sono intimiste, segnate da solitudine e desiderio di evasione. Nel 39&#8242;, con la morte del fratello, la poetessa perse il suo unico punto di riferimento: in questo periodo il padre iniziò a chiederle di scrivere poesie politiche, quasi per ricordare il figlio perso. </p>



<p>La raccolta <strong>“Waḥdī maʿ al-ayyām”</strong> (<em>Sola con i giorni</em>, 1952) è l&#8217;espressione di questa fase: anche se il volume esce nel 1952, molte poesie risalgono agli anni precedenti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Seconda fase: <em>La rinascita, l’eros, la natura</em></h3>



<p><strong>(anni ’40–’60)</strong></p>



<p>Dopo la <strong>Nakba del 1948</strong> (che coincide con l&#8217;anno di morte anche del &#8220;padre-padrone&#8221;), la sua poesia cambia tono: entrano in campo il corpo, il desiderio, la natura come <strong>forze vitali</strong>. Le raccolte <strong>“Wağadtuhā”</strong> (<em>L’ho trovata</em>, 1957), <strong>Dacci amore</strong> (<em>Aʻṭinā ḥubb</em>), 1960 e <strong>Davanti alla porta chiusa</strong> (<em>Amāma l-bāb al-muġlaq</em>), 1967, rientrano in questa fase poetica.</p>



<p>La poetessa in questa nuova fase di emancipazione inizia a viaggiare nel mondo occidentale e incontra anche poeti del calibro di <strong>Salvatore Quasimodo</strong>, che le sussura: <em>“I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!”</em>. La risposta della poetessa fu il componimento <em>Non venderò il suo amore</em>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Io, poeta mio, ho nella mia cara patria<br>un innamorato che attende il mio ritorno.<br>È un amato compatriota, del mio paese natio;<br>e tutte le ricchezze del mondo,<br>le stelle luminose e la luna<br>non mi faranno mai perdere il suo cuore<br>o vendere il suo dolce amore.<br>Ma, ciò nonostante, i sentimenti ed i desideri di donna<br>mi fanno battere il cuore gioiosamente<br>al vedere le ombre d’amore negli occhi tuoi<br>e al sentire il loro desideroso invito.<br>Perdona, o caro, l’orgoglio del mio cuore<br>al sentirti bisbigliare dolcemente:<br><em>«I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!»</em></p><cite>al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di), <em>Fadwā Toqan poetessa araba della resistenza</em>, Roma, Lega degli Stati Arabi, s.d.</cite></blockquote></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><em>La poesia della resistenza collettiva</em></h3>



<p><strong>(dal 1967 in poi)</strong></p>



<p>Dopo l’occupazione israeliana del 1967, la vicenda individuale della poetessa si intreccia in modo sempre più esplicito con la storia collettiva del popolo palestinese. </p>



<h3 class="wp-block-heading">Opere associate a questa fase</h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Al-Layl wa-l-fursān</strong> (<em>La notte e i cavalieri</em>, 1969)</li>



<li><strong>ʿAlā qimmat ad-dunyā waḥīda</strong> (<em>Sulla cima del mondo da sola</em>, 1979)</li>



<li><strong><em>Qasā&#8217;id siyāsiyya</em></strong>, (Poesie politiche) 1980</li>



<li><strong>Tamūz wa-shayʾ ākhir</strong> (<em>Tammuz e altro</em>, 1989)</li>



<li><strong>Il divano di Fadwà Ṭūqān</strong> (<em>Dīwān Fadwà Ṭūqān</em>), stampato nel 1978, raccoglie l&#8217;opera poetica completa dal 1952 al 1973</li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Oh quanto è bella la vita, ella pensava,<br>ma questa dolce riflessione<br>viene interrotta da una farfalla<br>caduta improvvisamente a terra;<br>pare che essa voglia salutare la terra<br>con l’estremo, lento battere<br>delle sue ali.<br>Muore immersa nel silenzio,<br>i fiori che le sono attorno non sono pieni di gioia.<br>Sorella mia, cosa è successo?<br>Ti abbandona la rugiada<br>e sei morta nel pieno della vita?<br>Ti hanno forse respinta i fiori?<br>Ti ha privata dell’aria<br>il venticello fresco della collina?<br>Sorella mia, non intristirti!<br>Ci sono io che ti compiango<br>con la tenera e dolce poesia.<br>Forse anch’io morirò come te,<br>dimenticata<br>senza un amico o un compagno che mi conforti.<br>Oh, com’è dura la morte<br>che ci spinge nelle profondità<br>del Nulla!</p><cite>&#8220;La poetessa e la farfalla&#8221;. Maqbūl, Fatẖī, <em>Fadwā Ṭūqān attraverso le sue poesie</em>, Roma, Centro Culturale Arabo 1982, p 18.</cite></blockquote></figure>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Donna e resistenza: una doppia oppressione</h2>



<p>Un elemento centrale della poesia di Tuqan è la <strong>sovrapposizione tra oppressione politica e oppressione patriarcale</strong>.<br>Come evidenziato dagli studi critici, la sua scrittura nasce dall’esperienza di una donna che deve prima conquistare il diritto alla parola, e solo dopo può farne uno strumento di resistenza collettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Natura e terra come linguaggio poetico</h2>



<p>Nella poesia di Fadwa Tuqan, la <strong>natura non è mai sfondo decorativo</strong>.<br>Terra, fiore, albero, polvere diventano immagini ricorrenti attraverso cui la poetessa esprime appartenenza, speranza ma anche perdita.</p>



<p>In testi come <em>Enough for Me</em> (Mi basta), la morte stessa è immaginata come ritorno alla terra, trasformazione in erba o fiore: una forma di resistenza che continua oltre l’esistenza individuale.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Mi basta <br>Mi basta morire sulla sua terra, <br>essere sepolto in lei, sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo, <br>per poi germogliare come un fiore <br>con cui gioca un bambino del mio paese. <br>Mi basta rimanere <br>nell&#8217;abbraccio del mio paese, <br>stare vicino a lei come un pugno di polvere, <br>un filo d&#8217;erba, <br>un fiore.</p><cite>Tradotto dall&#8217;inglese con DEEPL</cite></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Lingua poetica e metafora </h2>



<p>La forza della poesia di Tuqan risiede anche in un uso consapevole della <strong>metafora naturale</strong>, che le permette di dire l’indicibile senza ricorrere alla dichiarazione diretta.<br>La patria diventa corpo, il corpo diventa terra: la resistenza non viene descritta, ma <strong>incarnata nella lingua</strong>.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Un giorno l’albero risorgerà;<br>sarà più robusto e più alto,<br>e le fronde rinasceranno contro il sole;<br>saranno verdi ancora una volta,<br>sorrideranno le foglie nella luce del sole<br>e ritorneranno un’altra volta gli uccelli;<br>dovranno ritornare ancora una volta gli uccelli;<br>dovranno ritornare;<br>ritorneranno!</p><cite>al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di),<em>Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza</em>, Roma, E.A.S.T, s.d. p.70.</cite></blockquote></figure>



<pre class="wp-block-verse"><em>(Per un approfondimento sulla <a href="https://www.poetessedonne.it/guida-alle-figure-retoriche/la-metafora-significato-ed-esempi/" target="_blank" data-type="page" data-id="4950" rel="noreferrer noopener">metafora</a> come figura retorica, vedi la scheda dedicata.)</em></pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Perché leggerla oggi</h2>



<p>Leggere Fadwa Tuqan oggi significa ascoltare la storia palestinese da una voce femminile, ccomprendere la poesia come strumento di memoria e resistenza e riconoscere una tradizione poetica spesso marginalizzata nei canoni occidentali.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Canta, uccello, per noi, dalla prigione,<br>oltre l’umiliazione ed oltre il buio,<br>un orizzonte ancor ricco di sogni,<br>un sole ancora pronto all’agguato.<br>Bianca gloria di luce canta lieto,<br>canta un domani patria ai nostri sogni,<br>vividi sogni canta non perduti.<br>Canta, sì, ché la speranza,<br>è sempre là, la strada ferma e radiosa,<br>anche se attorno a noi<br>s’infittisce la rabbia della notte.</p><cite>Blasone P., Di Francesco T. (a cura di),<em>La Terra più amata. Voci della letteratura palestinese</em>, Roma, il manifesto, 2002, p.35.</cite></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Carolina Massara, <em>Motivi di resistenza in alcuni versi di Fadwā Ṭūqān</em>, Università di Catania, a.a. 2017–2018<br><br>Chiara Busca, <em>Fadwā Ṭūqān: poetessa ribelle della Palestina</em>, Università di Bologna, 2014<br><br><em>Poems for Palestine</em> – for distribution, ArabLit, 2023</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p> [L&#8217;immagine in copertina è una rielaborazione con AI della copertina di Le cri de la pierre]
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		<title>Anna Achmatova, poetessa del dettaglio universale</title>
		<link>https://www.poetessedonne.it/russe/anna-achmatova-poetessa-del-dettaglio-universale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 13:26:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Russe]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[O arrotolato come un serpentello vicino al cuore, opera sortilegi, o tuba per giorni interi come un colombo sulla bianca finestra (L&#8217;amore, Anna Achmatova) Vita e formazione Anna Andréevna Achmátova [Aḫ-má-to-va], nata Gorenko, nasce a Bol’šoj Fontan (area di Odessa) il 23 giugno 1889 e muore a Mosca il 5 marzo 1966. È una delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>O arrotolato come un serpentello vicino al cuore, opera sortilegi, o tuba per giorni interi come un colombo sulla bianca finestra</p>



<p>(<strong><em>L&#8217;amore</em></strong>, Anna Achmatova)</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Vita e formazione</h2>



<p><strong>Anna Andréevna Achmátova [Aḫ-má-to-va</strong>]<strong>, </strong>nata Gorenko, nasce a <strong>Bol’šoj Fontan (area di Odessa) il 23 giugno 1889</strong> e muore a <strong>Mosca il 5 marzo 1966</strong>. È una delle voci poetiche più importanti del Novecento russo e, più in generale, del Novecento europeo.</p>



<p>Nasce nell&#8217;area di <strong>Odessa </strong>ma<strong> </strong>si forma a <strong>Pietroburgo</strong>, in un mondo colto e aristocratico destinato a essere travolto dalla storia. Assume lo pseudonimo “Achmatova” perché il padre considerava sconveniente pubblicare versi, quindi decide di non usare il cognome paterno. </p>



<p>Nel 1910 sposa il poeta <strong>Nikolaj Gumilëv</strong> (da cui divorzia nel 1918), con cui avrà il figlio <strong>Lev Gumilëv</strong>; frequenta l’ambiente acmeista e la <strong>“Corporazione dei poeti”</strong>.</p>



<p>La sua vita è segnata dalla repressione sovietica: Gumilëv viene <strong>fucilato nel 1921</strong>; il compagno <strong>Nikolaj Punin</strong> e il figlio <strong>Lev</strong> subiranno arresti e detenzione nei gulag. <strong>Barbero</strong> insiste sul fatto che Achmatova attraversa il secolo “continuando a fare ciò che il fuoco dentro le ordinava: scrivere versi”, fino a capire che la sua voce personale era diventata anche voce collettiva. </p>



<p>Candidata al Nobel (risulta <strong>nominata nel 1965</strong> e anche nel 1966), negli ultimi anni ottiene una <strong>riabilitazione letteraria</strong> e un riconoscimento ufficiale, dopo lunghi periodi di censura.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-9-16 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Anna Achmatova | Debole la mia voce | poesia" width="563" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/zFsijstpPlg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Anna Achmatova e Amedeo Modigliani</h2>



<p>Tra gli incontri più emblematici della giovinezza di <strong>Anna Achmatova</strong> c’è quello con <strong>Amedeo Modigliani</strong>, avvenuto a Parigi nel 1910 durante il viaggio di nozze con Nikolaj Gumilëv. Modigliani si innamorò di lei in modo quasi ossessivo: la ritrasse più volte, anche a distanza di tempo, lavorando spesso a memoria sul suo profilo inconfondibile.</p>



<p><strong>Barbero</strong> racconta che la loro relazione fu breve ma intensissima, consumata in poche settimane tra il 1910 e il 1911, quando Achmatova tornò a Parigi da sola. Di quei disegni molti andarono perduti nel corso degli anni, tra rivoluzione, guerre ed evacuazioni, ma uno solo rimase con lei fino alla vecchiaia. Non un semplice ricordo sentimentale, ma il segno di un momento in cui arte e vita, desiderio e forma, sembrarono coincidere.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Opere principali (con anno)</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>La sera</strong> (<em>Večer</em>, 1912) </li>



<li><strong>Rosario</strong> (<em>Čëtki</em>, 1914)</li>



<li><strong>Lo stormo bianco</strong> (<em>Belaia staia</em>, 1917)</li>



<li><strong>Piantaggine</strong> (<em>Podorožnik</em>, 1921)</li>



<li><strong>Anno Domini MCMXXI</strong> (1922)</li>



<li><strong>Da sei libri / Il salice</strong> (1940)</li>



<li><strong>Requiem</strong> (ciclo scritto tra 1935–1940; pubblicazione integrale in URSS molto più tardi)</li>



<li><strong>Poema senza eroe</strong> (lavorato a lungo; pubblicazioni parziali e tardive) </li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Micro-timeline: censura e riabilitazione</h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>1924–1940 | Silenzio forzato</strong><br>Dopo l’ultimo libro del 1924, Anna Achmatova viene progressivamente esclusa dal panorama editoriale sovietico: le sue opere sono giudicate “aristocratiche” e incompatibili con la cultura proletaria dominante.</li>



<li><strong>1935–1940 | Repressione privata e collettiva</strong><br>Il figlio Lev viene arrestato più volte durante le grandi purghe; da questa esperienza nasce <em>Requiem</em>, scritto ma non pubblicabile. <strong>Barbero</strong> sottolinea come qui la sua voce diventi definitivamente quella di un popolo.</li>



<li><strong>1940 | Ritorno parziale alla stampa</strong><br>Dopo sedici anni di censura, alcune poesie tornano a circolare in rivista e in volume: un evento sensazionale nella Russia sovietica. <strong>Barbero</strong> ricorda le code in libreria.</li>



<li><strong>1955–1965 | Riabilitazione ufficiale</strong><br>Con il disgelo post-staliniano viene riammessa nell’Unione degli Scrittori, pubblica <em>Poema senza eroe</em>, riceve riconoscimenti internazionali e torna a essere celebrata come grande voce nazionale.</li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Temi ricorrenti</h2>



<p>Achmatova attraversa due grandi stagioni tematiche, che però comunicano tra loro:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Intimità, amore, perdita, memoria</strong>: i primi libri raccontano il quotidiano emotivo con precisione quasi teatrale. <strong>Barbero</strong> legge proprio questa fase come “la voce della ragazzina frivola” che però, presto, non basta più a contenere la Storia.</li>



<li><strong>Storia, dolore collettivo, testimonianza</strong>: con le purghe staliniane la poesia diventa un luogo di resistenza morale. In <strong>Requiem</strong> la voce individuale si trasforma in coro: code davanti alle carceri, madri e mogli, l’attesa come forma di tortura. </li>
</ol>



<p>In controluce resta una costante: una <strong>dimensione etica e quasi religiosa della parola</strong>, dove la poesia non è ornamento ma necessità.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Stile e poetica</h2>



<p>Il suo stile è riconoscibile per:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>linguaggio netto e diretto</strong>, privo di compiacimento;</li>



<li><strong>economia espressiva</strong> (poche immagini, ma definitive);</li>



<li>il cosiddetto “<strong>dettaglio achmatoviano</strong>” di Ettore Lo Gallo: un gesto minimo, un oggetto, un’ombra che reggono un intero racconto sentimentale.</li>
</ul>



<p><strong>Barbero</strong> evidenzia anche un dato culturale: nella tradizione russa novecentesca la poesia resta spesso <strong>metrica e in rima</strong>, e Achmatova scrive versi dove la musica interna è parte della forza testimoniale. </p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Non sarai più tra i vivi,<br>non puoi rialzarti dalla neve:<br>ventotto colpi di baionetta,<br>cinque d&#8217;arma da fuoco.<br><br>Che amara veste nuova<br>cucivo per l&#8217;amico&#8230;<br>Ghiotta, ghiotta di vivo<br>sangue è la terra russa.</p><cite>Traduzione di Raissa Naldi, &#8220;Non sarai più tra i vivi&#8221;</cite></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Premi e riconoscimenti</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Nomination al <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/didattica/donne-vincitrici-nobel-letteratura/" target="_blank" data-type="post" data-id="3132" rel="noreferrer noopener">Premio Nobel</a> per la Letteratura (1965; anche 1966)</strong>.</li>



<li><strong>Riconoscimenti e viaggi in tarda età</strong>: <strong>Barbero</strong> ricorda il ritorno di prestigio ufficiale e i viaggi (Italia, Oxford) come segnali di una riabilitazione ormai pubblica.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">La morte e l’eredità</h2>



<ul class="wp-block-list">
<li>Anna Achmatova muore <strong>il 5 marzo 1966</strong>, a <strong>Mosca</strong>, dopo una vita attraversata da persecuzioni, silenzi forzati e tardivi riconoscimenti. Negli ultimi anni era ormai una figura centrale della poesia russa: visitata dai giovani poeti di Leningrado, tra cui <strong>Iosif Brodskij</strong>, che la considerava una maestra e un punto di passaggio obbligato.</li>



<li><strong>Barbero</strong> sottolinea il paradosso finale della sua esistenza: dopo essere sopravvissuta alle purghe, alla guerra, ai gulag che avevano inghiottito i suoi affetti più cari, Achmatova viene infine riconosciuta come patrimonio culturale nazionale. Ma la sua vera eredità non è istituzionale: è la parola poetica come testimonianza.</li>



<li>Una parola capace di custodire la memoria quando la storia ufficiale tace, e di dare voce, come scrisse lei stessa, a “un popolo di cento milioni”.</li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Rilevanza e impatto oggi</h2>



<p>Achmatova è una figura chiave perché unisce due funzioni raramente compatibili:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>la <strong>poeta dell’io</strong> (amore, desiderio, ferita privata),</li>



<li>e la <strong>poeta della comunità</strong> (Requiem come memoriale del terrore).</li>
</ul>



<p>Per questo oggi è letta non solo come autrice letteraria, ma come <strong>testimone storica</strong>: la sua scrittura mostra come l’esperienza femminile del Novecento, tra attesa, lutto, paura, cura, fame, sopravvivenza,  possa diventare forma alta senza perdere concretezza. <strong>Barbero</strong> la definisce in sostanza una voce che, a un certo punto, si accorge di parlare “con la bocca di un popolo”. </p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Il nostro sacro mestiere<br>esiste da millenni.<br>Con lui al mondo non occorre luce:<br>ma nessun poeta ha detto ancora<br>che la saggezza non esiste, che non esiste vecchiezza,<br>e forse nemmeno la morte.</p><cite>Traduzione di Raissa Naldi, &#8220;Il nostro sacro mestiere&#8221;</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Raissa Naldi, Anna Achmatova. Poesie, La vita felice<br><br>Alessandro Barbero, “Anna Achmatova”, terza conferenza del ciclo Donne nella storia, Grattacielo Intesa Sanpaolo, Torino, 19 novembre 2020 (YouTube). <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Br-JSmMDcq0&amp;utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">YouTube</a><br><br><a href="https://www.britannica.com/biography/Anna-Akhmatova" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Britannica</a>, Anna Akhmatova<br><br><a href="https://en.gariwo.net/righteous/soviet-totalitarianism/anna-akhmatova-7540.html" target="_blank" rel="noopener">Gariwo</a>, Anna Akhmatova, the poet of dissent</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Immagine in copertina, modificata: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Akhmatova.jpg" target="_blank" rel="noopener">M.Nappelbaum</a>, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0" target="_blank" rel="noopener">CC BY-SA 4.0</a>, via Wikimedia Commons</p>



<p></p>
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		<title>Renée Vivien, femminismo e simbolismo nella Belle Époque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 20:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Francesi]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Moderne]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Si distese su un letto di violette, e morì di una morte profumata, di una morte dolce e lenta che la consolò di aver vissuto. (Viola, &#8220;Dal verde al viola&#8221;, Renée Vivien) Non c&#8217;è stata solo una Saffo Andalusa (Wallada) ma anche una Saffo della Belle Époque, ovvero Renée Vivien, una delle figure più emblematiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Si distese su un letto di violette, e morì di una morte profumata, di una morte dolce e lenta che la consolò di aver vissuto. </p>



<p><strong>(Viola, &#8220;Dal verde al viola&#8221;, Renée Vivien)</strong></p>
</blockquote>



<p>Non c&#8217;è stata solo una Saffo Andalusa (<a href="https://www.poetessedonne.it/spagnole/wallada-bint-al-mustakfi/" data-type="post" data-id="810">Wallada</a>) ma anche una Saffo della Belle  Époque, ovvero <strong>Renée Vivien</strong>, una delle figure più emblematiche di questo periodo storico. La sua poesia, carica di passione, si ispira direttamente a <a href="https://www.poetessedonne.it/greche/saffo-di-lesbo/" data-type="post" data-id="785">Saffo</a>, che tradusse anche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Biografia in breve</h2>



<p>Nata il <strong>11 giugno 1877</strong> a Londra con il nome di <strong>Pauline Mary Tarn</strong>, Renée Vivien si trasferì a Parigi, che divenne la sua patria del cuore, nonostante i moltissimi viaggi effettuati in Europa, America e Asia. Figlia della cultura vittoriana, Vivien si oppose all&#8217;educazione del suo tempo, considerandola una prigione per le donne. La sua <strong>omosessualità</strong> e la sua vita segnata da amori tumultuosi sono centrali nella sua poetica. Morì giovanissima, a soli 32 anni, il <strong>18 novembre 1909</strong> e l&#8217;immaginario comune la impresse nella memoria collettiva anche con una versione mitologica, che la vedeva come <strong>&#8220;La musa delle violette&#8221;</strong>, fiore ricorrente nella sua poesia e nella sua vita: anche questo la accomuna molto alla madre letteraria Saffo. Tra le sue esperienze di vita più significative si ricordano l’amicizia con (per menzionare nuovamente le viole) <strong>Violet Shillito</strong>, che la ispirò nella sua carriera poetica, e la passione travolgente per <strong>Natalie Clifford Barney</strong>, che fu uno degli amori più significativi della sua esistenza.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Il velluto della terra dalle mute carezze<br>ti serra, e sulla tua fronte piangono le viole</p><cite>Vedi Campi in bibliografia, Epitaphe in <em>Cendres et Pouissieres</em></cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le opere principali</h2>



<p>La produzione letteraria di Vivien è vasta e in lingua francese, sua lingua di adozione: per questo motivo in questo sito viene censita come poetessa francese, ma geolocalizzata come nata in Inghilterra. Alcune delle sue opere più significative includono, oltre alle poesie, anche traduzioni, un romanzo autobiografico e la prosa poetica:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>1901</strong>: <em><em><em>É</em>tudes et préludes</em>tudes et préludes</em></li>



<li><strong>1902</strong>: <em>Cendres et poussières</em></li>



<li><strong>1903</strong>: <em>Évocations</em></li>



<li><strong>1903:</strong> <em>Du vert au violet</em> (prosa poetica)</li>



<li><strong>1904</strong>: <em>La Vénus des aveugles</em> </li>



<li><strong>1904-1905</strong>: <em>Une femme m’apparut</em> (romanzo autobiografico)</li>



<li><strong>1904</strong>: <em>Les Kitharèdes</em> (traduzioni di otto poetesse greche)</li>



<li>Tradusse <strong>Saffo</strong> nel 1903, riemergendo la poetessa greca in un’interpretazione originale che ampliò la sua figura, portandola al centro della riflessione letteraria contemporanea.</li>
</ul>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Torno a cercare l&#8217;illusione delle cose<br>di un tempo, per gemere in segreto<br>e seppellire il nostro amore fra le rose<br>bianche di rimpianto.<br>Ricordo tutto delle divine attese,<br>delle ombre e delle sere febbrili d&#8217;una volta&#8230;fra sospiri e lacrime ardenti,<br>ti amavo, Attis!</p><cite>Vedi Campi in bibliografia, tratto da <em>Évocations</em></cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Temi ricorrenti</h2>



<p>Vivien si distingue per la sua poetica del <strong>femminile</strong>, che affronta la figura della donna in ogni sua forma, da Saffo a Giovanna d&#8217;Arco, passando per Ofelia e Anna Bolena. La poetessa si oppone al sistema patriarcale, denunciando l’<strong>oggettivazione della donna</strong> e il suo ruolo subordinato nella società. Il tema dell’<strong>omosessualità</strong> è centrale nelle sue opere, dove l’amore per le donne è celebrato contro le imposizioni sociali, tra corpi soffici e delicati, quasi simbolici. L&#8217;influenza di <strong>Baudelaire</strong> e della <strong>poesia simbolista</strong> è infatti forte, ma il suo stile diventa un mezzo per cantare un amore che sfida il patriarcato. Le sue poesie, dense di sofferenza e passione, veicolano un messaggio di resistenza alla <strong>tirannia maschilista</strong>.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Nei baci lunari, dolcezze biancheggianti.</em><br><em>Al tatto non si offre, su una guancia, la peluria.</em><br><em>Ci è così concesso, se si slaccia la cintura,</em><br><em>di essere sorelle ed al contempo amanti.</em></p><cite>Traduzione di <a href="https://leortique.wordpress.com/2024/06/06/nei-baci-lunari-la-poesia-di-renee-vivien-tradotta-da-raffaela-fazio-unintervista/" target="_blank" rel="noopener">Raffaella Fazio</a></cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Stile e poetica</h2>



<p>La poesia di Renée Vivien si distingue per la sua <strong>musicalità</strong> e per l’uso di varie tipologie metriche come la<strong> strofa saffica</strong>, che rielaborò in modo originale, attribuendo una grande <strong>armonia</strong> e <strong>ritmo</strong> ai suoi versi. La poetessa si rifà anche alla <strong>musica</strong>, che per lei è una fonte di ispirazione per tradurre in poesia i suoi sentimenti più profondi. La fusione tra <strong>parola e suono</strong> è una caratteristica specifica del suo stile, che fa della poesia uno strumento per comunicare emozioni profonde e visioni idealizzate dell’amore. Campi, nel suo libro, sottolinea come il tono delle sue <strong>poesie sia lento</strong>, quasi contemplativo, specialmente quando descrive la donna amata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Riconoscimenti e fortuna </h2>



<p>Nonostante la sua importanza nell’ambito letterario francese, Renée Vivien è stata a lungo <strong>marginalizzata</strong> dalla critica ufficiale, in parte per la sua visione anticonformista della femminilità e della sessualità. Tuttavia, negli ultimi decenni, grazie anche alla ripubblicazione delle sue opere e agli studi critici, la sua figura ha ricevuto un crescente riconoscimento. La figura di Renée Vivien è oggi riconosciuta come uno dei simboli più affascinanti della <strong>libertà femminile</strong> e dell’<strong>autodeterminazione sessuale</strong>. La sua poesia, che affronta temi come l’<strong>omosessualità</strong> e la <strong>condizione femminile</strong>, ha influenzato profondamente il panorama letterario del XX secolo. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse">Teresa Campi, Renée Vivien. La Saffo della Belle Époque, Perugia, Odoya, 2023.<br><br>Renée Vivien, Dal verde al viola – Eros e lesbismo, Fiabesca.</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p></p>
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		<title>Christine de Pizan, la prima scrittrice professionista d’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2025 10:39:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Francesi]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Medievali]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Ma se le donne avessero scritto i libri , / so per certo che sarebbe stato diverso: / ben sanno che a torto sono accusate (Epistola del Dio D&#8217;Amore, C. de Pizan) In un’epoca in cui alle donne era negato l’accesso al sapere, Christine de Pizan (nata Cristina da Pizzano nel XIV secolo) riuscì non [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Ma se le donne avessero scritto i libri , / so per certo che sarebbe stato diverso: / ben sanno che a torto sono accusate </p>



<p><strong>(Epistola del Dio D&#8217;Amore, C. de Pizan)</strong></p>
</blockquote>



<p>In un’epoca in cui alle donne era negato l’accesso al sapere, Christine de Pizan (nata Cristina da Pizzano nel XIV secolo) riuscì non solo a diventare una scrittrice rispettata, ma anche a <strong>vivere del proprio lavoro intellettuale.</strong> </p>



<h2 class="wp-block-heading">La prima scrittrice italiana ed europea</h2>



<p>Anche se nacque in Italia, produsse <strong>primariamente in Francia</strong>: la sua figura emerge come un ponte tra Medioevo e Umanesimo e la sua voce riecheggia ancora oggi per la sua modernità.  La sua opera, che include poesia, romanzi, trattati filosofici e storici, affronta temi come la condizione femminile, l&#8217;amore e la vita di corte. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le origini italiane</h2>



<p>Christine <strong>(Venezia, 1364 – Monastero di Poissy, 1430 circa) nasce a Venezia</strong> in una famiglia colta: suo padre, Tommaso da Pizzano, era medico, astrologo e professore all’università di Bologna. Quando venne chiamato alla corte del re Carlo V, la famiglia si trasferì a Parigi. Lì, Christine crebbe tra i libri e <strong>l’atmosfera intellettuale del Louvre,</strong> dove suo padre probabilmente collaborava all’ampliamento della biblioteca reale. Nonostante le resistenze della madre &#8211; che la voleva dedita al filatoio &#8211; fu il padre a riconoscere e incoraggiare le sue inclinazioni intellettuali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le opere più famose</h2>



<p>A soli 25 anni, dopo 10 anni di matrimonio felice col notaio Étienne de Castel, Christine si trovò <strong>vedova e con tre figli da mantenere</strong>. Rimasta senza eredità, si rivolse alla scrittura per necessità.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;<em>Christine racconta un sogno simbolico: si ritrova sola su una nave in tempesta, e si trasforma in <strong>un uomo forte e deciso</strong> che aggiusta la nave e prende in mano il destino della famiglia. Un’allegoria della sua presa di responsabilità e del suo ingresso nel mondo pubblico.</em>&#8220;</p>



<p><a href="http://youtube.com/watch?v=xxB2WXKoRJA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Video YouTube</a> &#8211; Alessandro Barbero</p>
</blockquote>



<p>Iniziò come copista e <strong>poetessa di corte</strong>, ma presto sviluppò una voce autonoma e forte, affrontando temi storici, politici e soprattutto femminili. Diventa <strong>la prima donna a scrivere libri di storia su commissione</strong> e la prima <strong>professionista della scrittura</strong>: le viene commissionato addirittura di scrivere la biografia di Carlo V. Non si ferma qui: crea un vero e proprio &#8220;studio editoriale&#8221; con copisti, miniatori e illustratori (tra cui almeno una donna, <strong>Anastasia</strong>). In molti manoscritti si raffigura <strong>mentre scrive</strong>, con penna d’oca e libri attorno a sé.</p>



<p>Scrive anche di strategia militare, intervistando cavalieri per comporre un trattato sull’arte della guerra. È coinvolta nei dibattiti politici del suo tempo e difende il valore delle tasse per sostenere giustizia e difesa del regno.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La città delle dame</h3>



<p>Tra le oltre venti opere scritte, spicca <em>Le Livre de la Cité des Dames</em> (<em><strong>Il libro della Città delle Dame,</strong></em> 1404-05), in cui ribalta la misoginia del tempo, immaginando una città utopica abitata da donne valorose e sagge. Questa opera è ormai tradotta in tutte le lingue occidentali.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><strong>“Costruisci tu la città dove le donne saranno onorate”.</strong></p><cite>La città delle dame</cite></blockquote></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Il libro delle tre virtù</h3>



<p>Nel <em>Livre des Trois Vertus</em>, Christine fornisce consigli pratici e morali a donne di tutte le classi sociali: dalle nobildonne alle artigiane, mostrando una consapevolezza rara per l’epoca sul ruolo e sulle difficoltà quotidiane delle donne. Indipendentemente dalla condizione sociale, ciascuna di loro dovrebbe <strong>ricevere un&#8217;istruzione.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Scritti per la <em>Querelle de la rose</em></h3>



<p>Christine fu una delle prime a opporsi pubblicamente alla misoginia contenuta in opere come <em>Il Roman de la Rose</em>, che criticava aspramente. Partecipò a questa “Querelle de la Rose” con scritti volti a dimostrare che le donne non erano inferiori per natura,<strong> ma vittime dell’ignoranza</strong> e della mancanza di educazione. Per lei l’istruzione era la chiave della liberazione femminile.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il poema di Giovanna d’Arco</h3>



<p>Nel 1429, ormai ritiratasi in convento, Christine rompe 11 anni di silenzio per scrivere <strong><em>Il poema di Giovanna d’Arco</em></strong>, entusiasta per l’impresa di una giovane donna che guida gli eserciti e salva la Francia. È il suo <strong>ultimo scritto</strong>, e lo chiude con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Io, Cristina, che ho pianto per 11 anni, ora finalmente rido&#8230; una donna sta salvando la Francia.”</p>



<p></p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Alcune poesie</h2>



<p>La poesia fu la prima espressione letteraria di Christine: possiamo trovare una commistione tra temi personali (come la vedovanza) e temi d&#8217;occasione (feste, innamoramento). Col tempo Christine iniziò a raccogliere i suoi componimenti in cicli poetici, a volte narrativi, ma sono i componimenti personali quelli più degni di nota.</p>



<p>In uno dei suoi primi <em>virelay</em>, la poetessa sottolinea la distanza che esiste tra la sua poesia e i suoi veri sentimenti:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Questa maschera non rivela dolore;<br>I miei occhi possono colmare di lacrime,<br>Ma nessuno indovinerà l’affanno<br>Che il mio povero cuore nasconde.<br>Poiché devo celare il dolore,<br>Dal momento che non c’è compassione alcuna;<br>Più grande è la causa da difendere,<br>Minore è l’amicizia.<br>Così nessun lamento né supplica<br>Il mio cuore dolente può mostrare,<br>E allegria, non lacrime, deve offrire;<br>Quelle le mie rime giocose nascondono.<br>Che questa maschera non riveli dolore.<br>Così è che io nascondo<br>La vera fonte del mio canto,<br>Devo invece mostrarmi arguta,<br>Per celare la ferita che non guarisce.<br>Che questa maschera non riveli dolore.</p><cite>Tradotte con traduttore AI</cite></blockquote></figure>



<p>Segue un esempio di poesia d&#8217;occasione (spesso dedicate a <a href="https://www.poetessedonne.it/poesie-da-condividere/san-valentino/" data-type="page" data-id="3088">San Valentino</a> o il <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/poesie/poesie-sul-mese-di-maggio-che-sicuramente-non-conosci/" data-type="post" data-id="4439">mese di Maggio</a>) anche per fare la differenza con quelli più personali:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Ora è giunto il grazioso mese di maggio,<br>Il lieto, che porta così abbondanti delizie<br>Che questi prati, i cespugli e i boschi<br>Sono tutti carichi di verde e di fiori,<br>E ogni cosa gioisce.<br>Tra questi campi tutto fiorisce e si fa verde,<br>E nulla vi è che non dimentichi il suo dolore,<br>Per la gioia del bel mese di maggio.<br>Gli uccellini cantano lieti lungo il loro cammino,<br>Con un solo cuore ogni cosa si rallegra,<br>Tranne me, ahimè! Grande è il mio dolore,<br>Poiché sono lontana dal mio amore;<br>E non posso provare alcuna gioia;<br>Con l’allegria della stagione, cresce il mio tormento;<br>Come sapresti, se mai hai amato,<br>Per la gioia del bel mese di maggio.<br>E così, tra pianti frequenti, devo piangere<br>Per colui dal quale non ho alcun conforto;<br>Le ferite dolorose dell’amore ora più intensamente<br>Sento: le punture, gli assalti, gli inganni e i capricci,<br>In questo tempo dolce più che mai ho avvertito;<br>Poiché tutto sembra congiurare per mutare<br>Il grande desiderio che un tempo troppo fortemente provai,<br>Per la gioia del bel mese di maggio.</p><cite>Tradotte con traduttore AI</cite></blockquote></figure>



<p>La sua ballata più celebre, parla proprio della vedovanza e si intitola <em>“Seulette suy et seulette vueil estre”</em>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Sola son io, e sola desidero restare,<br>Sola, il mio dolce amore mi ha lasciata,<br>Sola son io, senza amico né padrone,<br>Sola son io, nel dolore e nella rabbia,<br>Sola son io, inquieta, spossata,<br>Sola son io, più perduta di chiunque altro,<br>Sola son io, rimasta senza un amante.<br>Sola son io, alla porta o alla finestra,<br>Sola son io, rannicchiata in un angolo,<br>Sola son io, mi nutro di pianto,<br>Sola son io, nel soffrire o nel riposo,<br>Sola son io, e questo più mi piace,<br>Sola son io, prigioniera nella mia stanza,<br>Sola son io, rimasta senza un amante.<br>Sola son io, ovunque, accanto a ogni focolare.<br>Sola son io, dovunque io vada o stia,<br>Sola son io, più di ogni altra cosa al mondo,<br>Sola son io, da tutti abbandonata,<br>Sola son io, crudelmente umiliata,<br>Sola son io, spesso in lacrime,<br>Sola son io, rimasta senza un amante.<br>Principi, ora il mio dolore è cominciato,<br>Sola son io, vicina al lutto più profondo,<br>Sola son io, più cupa del colore più scuro,<br>Sola son io, rimasta senza un amante.</p><cite>“Seulette suy et seulette vueil estre” &#8211; Ballata tradotta con ChatGPT</cite></blockquote></figure>



<p><strong>Sessantatré <em>rondeaux</em></strong> compaiono tra le sue opere, come il <em><strong>virelay</strong></em>, questo genere sembra avere avuto origine come un semplice canto da ballo popolare . Nel XIV secolo, questi <em>rondeaux</em> erano raramente impiegati per trattare argomenti seri, eppure Christine riuscì a raggiungere una notevole abilità e grazia nell’utilizzo di questa forma. Il primo di questi <em>rondeaux</em> esprime, come molte delle sue poesie, il dolore della vedovanza: </p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Son vedova sola, in nero vestita,<br>Con volto afflitto, in veste semplice.<br>In gran tormento e con un’aria sì mesta,<br>Porto il dolore che ora mi è caduto addosso.<br>Non è giusto ch’io resti sgomenta,<br>Colma di calde lacrime e la lingua muta,<br>Son vedova sola, in nero vestita.<br>Da quando il mio amore ho perduto, tradita dalla Morte,<br>Il dolore si è insinuato e mi ha condotta alla rovina,<br>Spazzando via i miei giorni felici, fuggita ogni gioia.<br>Nel disordine sono precipitate tutte le mie fortune—<br>Son vedova sola, in nero vestita.</p><cite>Tradotta con traduttore AI</cite></blockquote></figure>



<p>Segue un esempio di un amante deluso che si lamenta del chiaro di luna che disturba il suo incontro clandestino con l’amata:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Oh luna, splendi troppo a lungo!<br>Per colpa tua perdo quei doni soavi<br>Che l’Amore prepara per gli amanti fedeli.<br>La tua luce ferisce con facilità<br>Il mio povero cuore, dove arde il desiderio,<br>Oh luna, splendi troppo a lungo!<br>A causa tua, con grande amarezza,<br>Perdiamo entrambi, io e la mia amata,<br>E così ti malediciamo, noi due,<br>Oh luna! splendi troppo a lungo!</p><cite>Tradotto con traduttore AI</cite></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Un incontro con esito più felice è suggerito in un’altra breve poesia:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Amico, vieni da me di nuovo stanotte,<br>All’ora che ti dissi l’altro giorno.<br>Allora potremo gioire nella nostra felicità,<br>Amico, vieni da me di nuovo stanotte.<br>Colui che causa il nostro triste destino<br>Non sarà qui; non tardare,<br>Amico, vieni da me di nuovo stanotte.</p><cite>Tradotto con traduttore AI</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Una voce che attraversa i secoli</h2>



<p>Come racconta Charity Cannon Willard nella sua monumentale biografia <em>Christine de Pizan: Her Life and Works</em>, <strong>Christine fu una pioniera della scrittura autobiografica</strong>, un’intellettuale moderna in un mondo ancora profondamente medievale. Oggi la riscopriamo come antesignana del pensiero femminista e come testimone preziosa di un’epoca di transizione.</p>



<p>Leggerla significa ritrovare una voce che ha saputo parlare di donne, con le donne e per le donne: nel libro <strong><em>Controcanone</em></strong>, Christine viene associata alla parola &#8220;filoginia&#8221; che si opporrebbe alla &#8220;misoginia&#8221;. Una voce limpida, coraggiosa, e incredibilmente attuale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse"><strong>Scrittrici del Medioevo</strong>, Carocci Editore<br><br><strong>Alessandro Barbero su Christine de Pizan</strong> (Cristina da Pizzano), tratto da una sua<a href="https://www.youtube.com/watch?v=xxB2WXKoRJA" target="_blank" rel="noopener"> conferenza divulgativa.</a><br><br><strong>Christine de Pizan, her life and works. A biography</strong> by Charity Cannon Willard<br><br><strong><em>Controcanone, La letteratura delle donne dalle origini a oggi</em></strong>, Johnny L. Bertolio</pre>



<h2 class="wp-block-heading"></h2>
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		<title>Isabella Andreini: dai versi al teatro</title>
		<link>https://www.poetessedonne.it/italiane/isabella-andreini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Poetesse]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Sep 2025 19:34:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Italiane]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Moderne]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[“Una donna d’ingegno raro e virtù singolare, la sua arte scenica è paragonabile alla poesia.” (Torquato Tasso) Una poesia dalla forte e femminile emotività Isabella Canali, meglio conosciuta come Isabella Andreini, nacque a Padova nel 1562 da una famiglia veneziana di modeste condizioni. Fin da giovane mostrò un talento straordinario per la recitazione, lo studio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Una donna d’ingegno raro e virtù singolare, la sua arte scenica è paragonabile alla poesia.” <strong>(Torquato Tasso)</strong></p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Una poesia dalla forte e femminile emotività</h2>



<p>Isabella Canali, meglio conosciuta come Isabella Andreini, <strong>nacque a Padova nel 1562</strong> da una famiglia veneziana di modeste condizioni. Fin da giovane mostrò un talento straordinario per la recitazione, lo studio delle lingue e la poesia. A soli quindici anni, dopo aver ricevuto una educazione umanistica, entrò nella <strong>Compagnia dei Gelosi</strong>, la più celebre compagnia della Commedia dell’Arte: con loro divenne famosa come &#8220;prima donna innamorata&#8221;. Nel 1578 sposò il collega e attore Francesco Andreini, noto come &#8220;Capitan Spavento&#8221; nella Commedia dell&#8217;Arte, con cui condivise vita e scena, fino a dirigere la compagnia.  La coppia era molto apprezzata a corte, tanto da essere convocati per le nozze di <strong>Ferdinando de&#8217; Medici  a Firenze e da Maria de&#8217; Medici in Francia</strong>. Morì a 42 anni di parto, proprio durante il viaggio di ritorno dalla tournée in Francia <strong>(1604)</strong>, lasciando un vuoto enorme nel mondo del teatro rinascimentale. L&#8217;eredità drammaturgica della coppia fu poi raccolta e portata avanti da uno dei loro figli, Giovanni Battista, attore e fondatore della compagnia dei Fedeli.</p>



<p>Isabella fu la prima donna a imporsi come vera attrice professionista in un’epoca in cui il palcoscenico era dominato dagli uomini. Fu una donna stimata dai maggiori letterati del suo tempo: <strong>Torquato Tasso, Giambattista Marino, Gabriello Chiabrera</strong> la lodarono come musa ispiratrice, esempio di donna colta e “dotta comica”. Fu tra le prime donne in Europa a pubblicare testi teatrali e raccolte poetiche, ottenendo riconoscimenti pari a quelli dei colleghi uomini.</p>



<p>Il modello dominante di riferimento delle sue liriche è il <strong>petrarchismo</strong>, rielaborato in modo personale, teatrale, drammatico e spesso ironico. L’esperienza sentimentale è trattata con passione ma anche lucidità, mostrando un’anima inquieta ma consapevole.</p>



<p><strong>Fondamentale è il ruolo che la donna</strong> assume nelle sue liriche, il loro diritto di libertà ed espressione. Isabella difende la dignità intellettuale femminile, consapevole di essere pioniera in un campo dominato dagli uomini.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Pioniera nel mondo della scrittura</h2>



<p>Isabella Andreini, oltre a lasciare un’eredità nel mondo teatrale dando nuova dignità alla figura dell’Innamorata nella Commedia Teatrale che prende ora il suo nome, lo fece anche in quello letterario.</p>



<p>“<strong>La Mirtilla</strong>” (1588, ripubblicata nel 1602): una favola pastorale ispirata al modello tassiano, che si distingue per l’attenzione alle figure femminili, libere, astute e capaci di influenzare gli eventi<strong>. Fu la prima opera teatrale pastorale pubblicata da una donna.</strong> </p>



<p>“<strong>Rime</strong>” (1601-1605): una raccolta poetica pubblicata più volte anche postuma, in cui la Andreini mostrò padronanza della <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/didattica/rinascimento-italiano/" data-type="post" data-id="3595">lirica petrarchesca</a>, inserendo temi di amore, dolore e riflessione artistica.</p>



<p>“<strong>Lettere</strong>” (1607): pubblicate dopo la sua morte dal marito Francesco, rivelano la sua intelligenza arguta e la capacità di padroneggiare lo stile epistolare.</p>



<p>“<strong>Fragmenti di alcune scritture</strong>” (1616/1620): raccolta di componimenti poetici ed epistolari che completano il quadro della sua attività letteraria.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><strong>SONETTO II</strong><br><br>S&#8217;avverrà mai, ch&#8217;ad alcun pregio arrive<br>L&#8217;amoroso mio stil nato di pianto,<br>Sarà vostra la lode, e vostro il vanto<br>O de l&#8217;Anima mia luci alme, e dive.<br><br>Voi le fiamme d&#8217;Amor nel sen più vive<br>Rinovellando in me dettate il canto;<br>Sol voi dettate, in voi sol leggo quanto<br>Suona la lingua, e là mia penna scrive.<br><br>Ma perchè più dolce uso un giorno prenda<br>L&#8217;amaro suon de&#8217; lagrimosi accenti<br>Bella pietate in voi fiammeggi, e splenda.<br><br>Che s&#8217;un dì sien men gravi i miei tormenti<br>Farò, che&#8217;l valor vostro alto s&#8217;intenda<br>Da le rive gelate à i lidi ardenti.<br><br><strong>(Da <em>Rime</em> di Isabella Andreini Padouana comica gelosa)</strong></p></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia Consigliata</h2>



<pre class="wp-block-verse">Francesca De Angelis,<strong><em> La divina Isabella. Vita straordinaria di una donna del Cinquecento</em></strong>, Roma, Bulzoni, 1991<br><br>Cristina Grazioli,<strong><em> Isabella Andreini. Una letterata in scena,</em></strong> Padova, Cleup, 2014<br><br>Giovanni Isgrò, <strong><em>La donna, la scena, la scrittura: Isabella Andreini</em></strong>, Palermo, Sellerio, 1995<br><br>Johnny L. Bertolio,<em><strong> Controcanone - La letteratura delle donne dalle origini</strong></em> a oggi, Loescher Editore, 2022</pre>



<p><strong>Articolo scritto dalla poetessa Jessica Malagreca</strong> <strong>Palmi</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-poetesse-donne-da-ricordare wp-block-embed-poetesse-donne-da-ricordare"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="8waztKyXuX"><a href="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/jessica-malagreca-palmi/">Jessica Malagreca Palmi</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Jessica Malagreca Palmi&#8221; &#8212; Poetesse: Donne Da Ricordare" src="https://www.poetessedonne.it/autoritratti/jessica-malagreca-palmi/embed/#?secret=gKdiguXzds#?secret=8waztKyXuX" data-secret="8waztKyXuX" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>Immagine di copertina creata con AI sulla base di <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rime_d%27Isabella_Andreini_1603,_frontispiece,_engraved_portrait_-_Gallica_2014_(adjusted).jpg?uselang=it#Licenza" target="_blank" rel="noopener">Commons Wikimedia</a>, immagine di pubblico dominio.</p>
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		<title>Nelly Sachs, la voce del Nobel sull&#8217;Olocausto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Pizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 May 2025 15:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poetesse Tedesche]]></category>
		<category><![CDATA[Poetesse Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[Vita e opere]]></category>
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					<description><![CDATA[Nelly Sachs è stata una poetessa tedesca, Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1966, molto nota nella seconda metà del secolo scorso per le sue poesie sull&#8217;Olocausto, a cui è riuscita a sottrarsi nonostante fosse ebrea. La vita e le opere «Una voce soltanto, un sospiro per chi vuole ascoltare»: Nelly Sachs è [&#8230;]]]></description>
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<p>Nelly Sachs è stata una poetessa tedesca, <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/didattica/donne-vincitrici-nobel-letteratura/" data-type="post" data-id="3132">Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura</a> nel 1966, molto nota nella seconda metà del secolo scorso per le sue <strong>poesie sull&#8217;Olocausto</strong>, a cui è riuscita a sottrarsi nonostante fosse ebrea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La vita e le opere</h2>



<p><strong>«Una voce soltanto, un sospiro per chi vuole ascoltare»</strong>: Nelly Sachs è poetessa dell&#8217;ombra, che sembra quasi vergognarsi di essere sopravvissuta mentre gli altri attorno a lei venivano portati nei campi di lavoro.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Oh, i camini</em><br><em>sulle ingegnose dimore della morte,</em><br><em>quando il corpo di Israele si disperse in fumo</em><br><em>per l’aria –</em><br><em>e lo avvolse, spazzacamino, una stella</em><br><em>che divenne nera</em><br><em>o era forse un raggio di sole?</em><br><em>Oh, i camini!</em><br><em>Vie di libertà per la polvere di Job e Geremia –</em><br><em>chi vi ha inventato e, pietra su pietra, ha costruito</em><br><em>la via per i fuggiaschi di fumo?</em><br><em>Oh, le dimore della morte,</em><br><em>invitanti per la padrona di casa</em><br><em>altrimenti ospite –</em><br><em>Oh, dita</em><br><em>che posate la soglia</em><br><em>come un coltello tra la vita e la morte –</em><br><em>Oh, camini,</em><br><em>oh, dita,</em><br><em>e il corpo d’Israele in fumo per l’aria!</em></p><cite><em>Traduzione di Ida Porena</em></cite></blockquote></figure>



<p><strong>Nata a Berlino nel 1891,</strong> Sachs apparteneva ad una colta famiglia ebraica borghese. Data la salute cagionevole,  viene educata privatamente. Verso i 17 anni si innamora di un uomo più grande (e forse sposato) incontrato alle terme: la storia finisce sul nascere e Nelly smette di mangiare. I genitori <strong>la portano in un sanatorio</strong>, dove lo psichiatra suggerisce di non farla smettere di scrivere (un po&#8217; come accadde anche ad <a href="https://www.poetessedonne.it/americane/anne-sexton/" data-type="post" data-id="1654">Anne Sexton</a> e ad <a href="https://www.poetessedonne.it/italiane/alda-merini/" data-type="post" data-id="3351">Alda Merini)</a>:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>«Quello che non riesco a fare io, per lei lo faranno le poesie».</p></blockquote></figure>



<p><strong>Negli anni &#8217;20 </strong>pubblica le sue poesie su varie riviste berlinesi e dedica a Selma Lagerlöf il libro <strong><em>Erzählungen und Legenden </em></strong>(<em>Racconti e leggende</em> della tradizione chassidica), stampato privatamente presso un editore locale. Tutta la produzione berlinese sarà poi rinnegata dalla poetessa dopo l&#8217;esilio.</p>



<p><strong>Negli anni ’30 il padre muore:</strong> Nelly e sua madre vivono in un piccolo appartamento cercando di non non farsi notare visto che sono ebree e il nazismo dilaga in Europa. Il trauma della persecuzione, culminato con una convocazione alla Gestapo nel 1938, spinge la poeta a cercare rifugio. Fu la scrittrice Selma Lagerlöf, Premio Nobel a cui Nelly scriveva sin da piccola, a permetterle di fuggire in Svezia nel 1940, appena in tempo per evitare la deportazione.</p>



<p>In esilio, mentre assiste la madre malata, Nelly Sachs si rifugia nella poesia, ma per vivere lavora come lavandaia e traduttrice. Dopo la morte della madre nel 1950, precipita in una crisi psicotica e viene ricoverata in clinica. Dopo il ricovero ricomincia a scrivere e, in questo tempo di dolore, nasce <strong><em>Lettere dalla notte</em> (1950–1953)</strong>, un “diario di metamorfosi” per dirla con Anna Ruchat, una scrittura poetica che affonda nelle radici della mistica ebraica.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Il tempo muore visibilmente nell’ombra.<br>Il sole fa una musica diversa dalla luna?<br>I morenti hanno vasi di musica nelle orecchie.<br>È sera, il sole getta in mare il tempo<br>che s’infrange e sanguina.<br>È sera e nessuna forma<br>sopporta più il dolore.<br>L’ardore sale dalle tombe<br>e lacera la pelle.<br>È sera<br>la grande nostalgia di casa esce dalle pieghe<br>delle costellazioni più antiche<br>scrivendo col fuoco<br>e le lacrime, per l’anima<br>visibili meteore della nostalgia<br>cercano nell’aria il loro nido terreno.<br>È sera<br>e tutte le eccedenze dell’amore<br>costruiscono musicando<br>nuovi mondi –<br>appesi all’ardore –</p><cite>Traduzione Ida Porena</cite></blockquote></figure>



<p>Attraverso lo <em>Zohar</em> e la mistica ebraica il poeta diventa voce, &#8220;una voce soltanto&#8221;, un contatto tra mondi: il poeta in vita può quindi entrare i contatto con i morti. Quest&#8217;opera è talmente intima che la poetessa <strong>non vuole pubblicarla ed uscirà tra gli inediti nel 2010.</strong></p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Giugno 1953<br>Rientrata. Abbiamo parlato così tanto nel tacere. Ci siamo incontrate.<br>Adesso le mie ossa cantano. Una conchiglia che trattiene il fragore spento<br>dei mari.</p><cite>Traduzione Ida Porena</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Tra solitudine, corrispondenze e riconoscimenti</h2>



<p>Nelly in quegli anni vive in solitudine, ma ha dei forti legami epistolari, specialmente con <strong>Paul Celan</strong>, il &#8220;poeta dell’indicibile&#8221; anch&#8217;egli esule. Dopo l’incontro con lui nel 1960 (a Zurigo e a Parigi,) la sua salute mentale crolla e segue un lungo ricovero. La loro corrispondenza proseguirà fino al suicidio di lui nel 1969.</p>



<p>&#8220;Poetessa dell&#8217;Olocausto&#8221;, nel 1965 riceve il premio per la pace degli editori tedeschi, mentre nel 1966, insieme a S.Y. Agnon, Nelly Sachs riceve il <a href="https://www.poetessedonne.it/magazine/didattica/donne-vincitrici-nobel-letteratura/" data-type="post" data-id="3132">Premio Nobel per la Letteratura</a>. <strong>Muore nel 1970</strong>, per un tumore, a Stoccolma.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Qualche mese dopo il Nobel, rispondendo alla domanda di un giornalista che le chiedeva se amasse la vita, Nelly Sachs risponde: «No… l’affermazione è eccessiva. Oggi comunque sono in<br>grado di convivere con la mia tristezza – e ho buoni amici. Tuttavia sono<br>sempre pronta ad andarmene».</p><cite>Nelly Sachs, Lettere dalla notte (1950-1953) A cura di Anna Ruchat, Giuntina</cite></blockquote></figure>



<p>In Italia è stata studiata da Ida Porena, che ha pubblicato <strong><em>Al di là della polvere </em></strong>(1966), oggi non più disponibile. Einaudi, nel 1971 (e 2009) ha pubblicato il libro intitolato <em>Poesie.</em>.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>«Nelly Sachs si nasconde al lettore». Né i dati biografici («un vivere schivo e doloroso»), le lettere, le testimonianze, né il riferimento a scuole o movimenti artistici coevi (avanguardie, Espressionismo, Surrealismo) servono a<br>chiarire il contenuto enigmatico delle sue liriche. Sachs rimane al di fuori &#8211; e non solo per via<br>dell’esilio dalla Germania – delle problematiche letterarie o politiche del suo tempo, come se<br>l’orizzonte da lei prefissatosi fosse quello del dolore, storico ed eterno, individuale e<br>collettivo, assordante e indicibile, ove l’Io comunque si fonde nel genere anonimo e comune<br>delle vittime: «questa voce […] è lo strumento attraverso il quale risuona per noi il dolore<br>maturato nei luoghi dello sterminio trasformato alchemicamente nel dolore del mondo»</p><cite>Nelly Sachs, Poesie, a cura di Ida Porena, Torino, Einaudi, 2006, 168 p. VI</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bibliografia</h2>



<pre class="wp-block-verse"><em>Scrittrici!  Le autrici e le opere più famose del mondo</em>, 2022, di Katharina Mahrenholtz (Autore), Dawn Parisi (Autore), Marco Piani (Traduttore)<br><br>Nelly Sachs,<em> Lettere dalla notte (1950-1953)</em> A cura di Anna Ruchat, Giuntina</pre>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



[Immagine modificata: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Nelly_Sachs_1966.jpg" target="_blank" rel="noopener">Nobel Foundation</a>, Public domain, via Wikimedia Commons]



<p></p>
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