con la testa dentro al forno / per imitazione / dopo aver messo a nanna / i figli / faccio la torta di mele
Alessandra Carnaroli
Una poesia del quotidiano, ma quello più violento: nella voce di Alessandra Carnaroli c’è la potenza dell’antico – che metteva la poesia al servizio della vita ordinaria – e della contemporaneità – che porta in scena femminicidi, disturbi alimentari, uno sfrenato narcisismo. Per chi pensa che la poesia sia per pochi, un genere di nicchia, e per chi soprattutto crede che non possa raccontare la cronaca, il libro 50 Tentati Suicidi più 50 Oggetti Contundenti, edito da Einaudi, è assolutamente consigliato. Dalla lettura di questi versi sagaci emergono sorrisi amari, che rendono sempre più consapevoli di quanto la morte sia a pochi passi da noi, basta un pomodoro ciliegino che scende male in gola o una borraccia per farla finita, come spiega bene la seconda parte del libro, dedicata al femminicidio di una donna per cui il marito ha usato 50 diversi oggetti contundenti, come dice anche il titolo.
Un titolo che già provoca: come nasce l’idea di “50 Tentati Suicidi più 50 Oggetti Contundenti”?
Il libro si compone di due parti scritte ad almeno un anno di distanza l’una dall’altra.
La prima, quella dei tentati suicidi, è costruita come una sorta di manualetto IKEA: inizialmente infatti era corredato da una serie di disegni che illustravano i vari passaggi per “montarsi” da soli il proprio suicidio tipo armadietto di legno.
La seconda parte invece racconta il violento femminicidio di una donna, avvenuto all’inizio del 2021, che è stata uccisa dall’ex marito con 50 diversi oggetti contundenti. L’intento che mi ero data per entrambe le sezioni era quello di provare a descrivere la violenza contro sé stessi e contro l’altrə attraverso gli oggetti d’uso quotidiano, quelli che teniamo in casa, che raccontano i nostri gusti, le nostre scelte, la nostra storia personale, di famiglia e di coppia.
Zoccoli, borracce, ombrelli, buste della spesa, pomodori ciliegini, piccole bomboniere, souvenir di viaggi, ricchi premi e cotillon sono il mezzo che ci permette di accanirci e diventare bestie, scoprire l’abisso di cui siamo fatti, il buco con la pelle intorno che inghiotte in un attimo il mondo che ci eravamo costruiti addosso.
In quest’opera la morte è spesso associata ad attività/oggetti di vita ordinaria come il bucato o la pasta sfoglia. L’associazione ha uno scopo specifico, a mio avviso. Mi puoi spiegare quale?
Ogni oggetto descritto nella raccolta porta le impronte digitali dei protagonisti, qualche frammento di pelle, qualche pelo. Ogni oggetto è impregnato della loro storia, delle loro molecole di odore. Sono oggetti comuni che si possono trovare in ogni casa, così come la violenza efferata e quotidiana.
Ogni oggetto diventa un filo rosso che lega vittime e carnefici ad ogni lettore per dimostrare che siamo fatti delle stesse violentissime cose, che siamo tutti e tutte coinvoltə nei fatti truci che non cessano di accadere. Che nessunə di noi è assoltə per il male che in ogni famiglia prende forma.
Non manca una tragica ironia, come quella di morire sotto a un pupazzo di neve color carota, che invoca una certa semplicità. La morte viene troppo romanzata, specialmente dai media?
La morte viene troppo spesso romanticizzata dai mezzi di informazione, basta pensare a come sono raccontati femminicidi e stupri, ai termini che vengono utilizzati dalla cronaca: “fidanzatino” per indicare il quindicenne accusato di aver scaraventato una ragazza di appena tredici anni dal tetto dopo una lite oppure “gelosia” per dire la violenza di un uomo che accoltella la moglie o le spara in testa.
Finiamo per confonderci e confondere i più giovani, finiamo per chiamare amore l’orrore. Normalizziamo la violenza con le parole.
Nella poesia “42” dei tentati suicidi, i salti di sofferenza da strozzamento sono visti come salti di gioia da chi osserva. Quanto si è perso il guardare, se stessi e poi anche gli altri?
Credo che nell’epoca del narcisismo il nostro sguardo resti fisso su noi stessi, su come ci mostriamo e su come pensiamo di apparire all’altro. Uno specchio riflesso che ci impedisce di guardare più lontano della nostra performance, che ci toglie la possibilità di cogliere la sofferenza di chi sta intorno e forse la sua stessa presenza.
Cancelliamo l’altro quando la sua esistenza ci si para davanti o si mette di traverso, quando non ci permette di raggiungere il nostro godimento. Giriamo perennemente armati di gomme e colpi di spugna, nuovi oggetti contundenti per ridurre al niente.
Nelle poesie “44” e “48” dei tentati suicidi emergono i temi dei disturbi alimentari e della violenza di genere. Nella poesia 9 degli oggetti contundenti riecheggia l’omicidio di Cogne. Spesso si pensa alla poesia come ad un qualcosa di distante da noi, troppo aulico, e questo la rende un genere di nicchia per noi contemporanei, a differenza dei nostri antecedenti classici: c’è un obiettivo di denuncia nel raccontare in versi queste situazioni e soprattutto quanto la poesia può trovare spazio nel nostro Paese per essere accolta in tal senso?
La poesia è per me un’occasione di indagare il quotidiano che mi trovo ad attraversare, un modo per cogliere quei segnali d’allarme, sirene e fischi, che risuonano con la mia storia di donna, di insegnante, di madre, sorella, cittadina e figlia. La scrittura è la possibilità di comprendere il presente e di comprendermi, nel senso di scoprire me stessa nel prendere parte, nel parteggiare.
E poi i versi attraverso pubblicazioni e incontri diventano un momento di informazione e sensibilizzazione sui temi della violenza di genere, del sessismo, del razzismo, dell’omolesbotransfobia, diventano un’occasione di impegno e di lotta.
È il personale di ogni singola storia che si fa politico, un continuo rivendicare la nostra presenza nel mondo insieme a quella di tuttə lə altrə.




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