Viviamo in un tempo che rifugge la solitudine quasi come un difetto da nascondere: siamo circondati da immagini e conversazioni continue: tutto pur di non restare soli con noi stessi. Eppure, proprio in quell’intervallo silenzioso che cerchiamo di evitare si nasconde spesso la parte più autentica di noi. La solitudine può diventare una forma di conoscenza, quasi una compagna di viaggio autentica, e le poetesse italiane e straniere che incontriamo in questa raccolta lo sanno bene. Da Antonia Pozzi ad Emily Dickinson, passando per Wislawa Szymborska, Patrizia Cavalli, Ada Negri, Anne Sexton, Christine de Pizan e Alda Merini, la solitudine si rivela non come condanna, ma come esperienza necessaria per imparare a guardarsi dentro.
C’è la solitudine struggente e fisica di Pozzi, che desidera abbracciare “qualche cosa di vivo, più piccolo di sé”; quella limpida e metafisica di Szymborska, che osserva dall’alto il mondo e riconosce la distanza come forma di libertà; e poi la solitudine inquieta di Patrizia Cavalli, dove il linguaggio stesso sembra sfilacciarsi nel tentativo di comunicare. Ada Negri la veste di malinconia e di vento autunnale, Anne Sexton la trasforma in un corpo che si reinventa attraverso il desiderio, mentre Christine de Pizan la rivendica come spazio di forza e di orgoglio in un Medioevo che lasciava poco posto alle voci femminili. Con Alda Merini, la solitudine diventa una compagna, una presenza costante che resiste persino all’amore “S’anche ti lascerò per breve tempo / solitudine mia“, mentre in Emily Dickinson, la solitudine si fa cosmica.
Sono poesie sulla solitudine poco conosciute, ma di forte intensità, che parlano con voce chiara al nostro presente distratto. Ci ricordano che restare soli non è una condanna, ma può significare abitare con pienezza la propria interiorità e aprirsi al vero ascolto interiore.
Antonia Pozzi, Solitudine
ad A.M.C.
Milano, 4 giugno 1929
Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualchecosa4 di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio, per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché mi rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.
Wislawa Szymborska, La vetta
Nuvola e roccia.
Presentimento e tatto.
Più facile qui snellire il cuore,
alla luce dare precedenza.
La pietra cade nel crepaccio
come ogni solitudine incauta.
Il ruscello ha l’impeto del macigno.
Il cielo fruscia attraverso i boschi.
Molto più giù è mercoledì,
abicì e pane.
Patrizia Cavalli, Qualcosa che all’oggetto non s’apprende
Qualcosa che all’oggetto non s’apprende,
un secchio vuoto che non mi raccoglie.
Tenevo i mesi silenziosi in una trama
che doveva risplendere di voce.
Provavo a dire e mi si sfilacciava.
Non è né rete né mantello, è solo schermo,
io non catturo niente e non mi copre
ma separa un silenzio dal silenzio.
Quell’altro suono labirintico e interiore
esercitato in solitudine per strada
e nei risvegli, non risultava,
non mi si mostrava.
Ada Negri, Sola
Langue d’autunno il solitario vespero
de l’atre nebbie fra i cinerei veli;
scendon l’ombre a le verdi solitudini
giù dai lividi cieli.
Cadon le foglie, volteggiando aeree
da la fredda portate ala del vento,
quai morti sogni. Erra per l’aure un brivido
come di bacio spento.
Sui capelli di lei, ravvolti e morbidi,
muta agonizza l’ultima viola.
Ella guarda laggiù, fra i nudi platani,
ritta, scultoria – sola.
Ella guarda laggiù. Pensa a le nivee
placide culle ove, chinato il biondo
capo sui lini, i sorridenti pargoli
dormon sonno profondo:
veglian le madri – e a la commossa tenebra,
come voci di ciel blande, serene,
sciolgono, i sonni a raddolcir degli angeli,
le lunghe cantilene.
Ne la queta foresta, entro il pacifico
nido, l’augel s’appressa a la compagna,
e s’addorme così… né spira un alito
per la brulla campagna:
solo a le basse, immensurate nebbie
rabbrividendo il vizzo ultimo fiore,
sovra l’erbe, in un bacio, il roseo calice
piega – e quel bacio è amore.
O dolcezze!… Ella sogna. Assorta in candidi
pensier, presso gentil cuna modesta,
d’una lampa al chiaror, curva su l’agile
ago la bella testa;
e mentr’ei tenta con le forti braccia
cinger le caste flessuose forme,
a lui susurra con carezza timida:
«Silenzio!… Il bimbo dorme.»
Vane grida del cor, parvenze splendide,
di sorrisi e d’amor larve gioconde,
v’estinguete laggiù fra i nudi platani
e le brume profonde!…
Foglia al ramo caduta, occulta lacrima,
l’ultima speme dal suo cor s’invola;
o nidi, o fiori, o baci, o culle nivee,
vi celate. – Ella è sola.
Cala d’autunno il nebuloso vespero,
col lontano de i corvi acre lamento,
sovra gli aridi boschi e a lei ne l’anima,
inesorato e lento;
… cala. – Superba come greca statua,
al plumbeo cielo ella solleva i rai…
Scote la brezza di novembre un brivido
che le susurra: «Mai!»
Anne Sexton, The ballad of the lonely masturbator
La fine della relazione è sempre la morte.
Tradotto con ChatGPT
Lei è il mio laboratorio. Occhio scivoloso,
fuori dalla tribù di me stessa il mio respiro
ti trova sparito. Io orrorizzo
coloro che mi stanno accanto. Sono nutrita.
Di notte, sola, sposo il letto.
Dito contro dito, ora è mia.
Non è troppo lontana. È il mio incontro.
La percuoto come una campana. Mi sdraio
nella pergola dove tu eri solito montarLa.
Mi prendevi in prestito sul copriletto fiorito.
Di notte, sola, sposo il letto.
Prendi per esempio questa notte, amore mio,
che ogni singola coppia mette insieme
con un rovesciarsi reciproco, sotto, sopra,
l’abbondante due su spugna e piuma,
inginocchiandosi e spingendo, testa contro testa.
Di notte, sola, sposo il letto.
Io esco dal mio corpo in questo modo,
un miracolo fastidioso. Potrei
mettere in mostra il mercato dei sogni?
Sono stesa. Mi crocifiggo.
La mia piccola prugna è ciò che dicesti.
Di notte, sola, sposo il letto.
Poi venne la mia rivale dagli occhi neri.
La signora dell’acqua, che sorge sulla spiaggia,
un pianoforte alle sue dita, vergogna
sulle sue labbra e voce di flauto.
E io ero invece la scopa dalle ginocchia tremanti.
Di notte, sola, sposo il letto.
Lei ti prese come una donna prende
un vestito d’occasione dallo scaffale
e io mi spezzai come si spezza una pietra.
Ti restituisco i tuoi libri e gli attrezzi da pesca.
Il giornale di oggi dice che ti sei sposato.
Di notte, sola, sposo il letto.
I ragazzi e le ragazze stanotte sono uno.
Sbottonano camicette. Sbirzano lampo.
Si tolgono le scarpe. Spengono la luce.
Le creature luccicanti sono piene di menzogne.
Si stanno divorando a vicenda. Sono sazi.
Di notte, sola, sposo il letto.
Christine de Pizan, Seulette suy et seulette vueil estre
Sola son io, e sola desidero restare,
Ballata tradotta con ChatGPT
Sola, il mio dolce amore mi ha lasciata,
Sola son io, senza amico né padrone,
Sola son io, nel dolore e nella rabbia,
Sola son io, inquieta, spossata,
Sola son io, più perduta di chiunque altro,
Sola son io, rimasta senza un amante.
Sola son io, alla porta o alla finestra,
Sola son io, rannicchiata in un angolo,
Sola son io, mi nutro di pianto,
Sola son io, nel soffrire o nel riposo,
Sola son io, e questo più mi piace,
Sola son io, prigioniera nella mia stanza,
Sola son io, rimasta senza un amante.
Sola son io, ovunque, accanto a ogni focolare.
Sola son io, dovunque io vada o stia,
Sola son io, più di ogni altra cosa al mondo,
Sola son io, da tutti abbandonata,
Sola son io, crudelmente umiliata,
Sola son io, spesso in lacrime,
Sola son io, rimasta senza un amante.
Principi, ora il mio dolore è cominciato,
Sola son io, vicina al lutto più profondo,
Sola son io, più cupa del colore più scuro,
Sola son io, rimasta senza un amante.
Alda Merini, S’anche ti lascerò per breve tempo
S´anche ti lascerò per breve tempo,
solitudine mia, se mi trascina
l´amore, tornerò, stanne pur certa;
i sentimenti cedono, tu resti.
Emily Dickinson, Ha una sua solitudine lo spazio
Ha una sua solitudine lo spazio,
Traduzione di Margherita Guidacci
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima a cospetto di se stessa –
infinità finita.




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