Il gelso sarà abbattuto oggi / insieme alla sua ombra / la prossima estate mi vorrai ancora?
Eliza Macadan, Pianti Piano
Poetessa, giornalista, traduttrice: Eliza Macadan è una professionista della parola a tutti gli effetti. Nata in Romania, Macadan ha scelto di scrivere non solo nella sua lingua madre, ma anche in italiano e in francese, costruendo così una propria geografia letteraria, decisamente articolata.
Ho conosciuto la sua poesia acquistando il libro edito da Passigli Editori, “Pianti piano”, e ne sono rimasta profondamente colpita. I suoi versi si muovono tra detto e non detto. Quello che viene detto è essenziale, ma denso di profondità.
In questa intervista, la poetessa ci guida attraverso le sue scelte linguistiche, le radici culturali che ancora nutrono il suo immaginario e la sua idea di poesia come custode dell’invisibile. Con lucidità e passione ci parla anche del ruolo della voce femminile oggi, della traduzione come atto di profonda comprensione, e del misterioso “Nord della parola” dove, forse, il linguaggio si spegne per lasciare spazio all’ineffabile.
Una intervista-dialogo per me imprescindibile, che mostra quanto la poesia possa ancora essere un luogo di verità in un’epoca dove tutto scorre veloce, “artificiale”, e non c’è quasi più tempo per sentire e ascoltare: una voce come quella di Eliza Macadan è un porto sicuro fatto di antiche certezze e conforto.
1. Lei scrive in romeno, italiano e francese. Come decide (se decide) in quale lingua esprimere le sue poesie? Cosa le offre ciascuna di queste lingue sul piano creativo e soprattutto emotivo?
La scelta della lingua non è mai un atto deliberato, ma piuttosto un’esigenza interiore che si manifesta spontaneamente.
Ogni lingua è una porta d’accesso a una diversa percezione del mondo, un diverso respiro poetico.
Il romeno è la mia radice, la lingua in cui il pensiero scorre con la naturalezza dell’infanzia e della memoria; in essa le immagini emergono con un’intensità istintiva, quasi viscerale. L’italiano, con la sua musicalità e il suo rigore strutturale, mi offre una sorta di equilibrio, una chiarezza che talvolta attenua il tumulto emotivo. Il francese è il mio spazio della sottrazione: una lingua che mi costringe a filtrare, a essenzializzare il verso, a levigarlo fino a lasciarvi solo l’essenziale.
2. Quali sono i principali elementi della cultura rumena che, secondo lei, ancora permeano la sua poetica e che la differenziano da un madrelingua italiano?
Credo che la cultura rumena lasci nella mia poesia un’impronta di tensione mistica e di malinconia metafisica. È una cultura in cui il sacro e il profano si intrecciano continuamente, dove la realtà quotidiana si scompone in simboli e presagi. Questa sensibilità permea il mio modo di scrivere, rendendolo forse più oscuro o stratificato rispetto a quello di un poeta italiano madrelingua, che può avere un rapporto più diretto con la materia del reale. La mia poesia nasce spesso da un’idea di perdita, di assenza, da un senso di distacco che forse è una traccia profonda dell’identità rumena, sospesa tra Oriente e Occidente, tra radici contadine e aspirazioni cosmopolite.
3. La sua poesia è caratterizzata da una notevole sintesi. Come commenta questa esigenza di brevità?
Per me la poesia è una forma di concentrazione estrema, una parola che si carica di tutto il suo peso specifico. Non amo il superfluo, cerco sempre di arrivare al nocciolo, di eliminare tutto ciò che non è strettamente necessario. Questo deriva forse da una forma di pudore, dalla volontà di non spiegare ma di suggerire. La sintesi è un modo per lasciare spazio al lettore, perché possa entrare nel testo e completarlo con la propria esperienza.
4. Qual è il suo rapporto con la storia politica della Romania? Come ha influenzato il suo immaginario poetico e la sua scrittura?
La storia politica della Romania è stata un’ombra lunga che ha segnato non solo la mia generazione, ma anche il modo in cui percepisco il linguaggio e la memoria. Crescere in un regime significa interiorizzare il peso del non detto, imparare a leggere tra le righe, sviluppare una coscienza della censura che diventa, a volte, autocensura inconscia. Nella mia scrittura, questo si traduce forse in una tensione tra presenza e assenza, tra parole che cercano di dire e parole che scelgono di tacere. La poesia diventa così un luogo di verità interiore, dove si possono rivelare quelle zone d’ombra che la storia ufficiale spesso ignora.
5.Mi ha colpito un suo verso che dice “a Nord della parola”, come se anche il linguaggio assumesse una connotazione fisica e geografica, un luogo da raggiungere. Cosa c’è per lei a Nord della parola?
Questo Nord è il punto in cui la parola si misura con il suo limite. È uno spazio inospitale, dove il linguaggio rischia di congelarsi o di dissolversi nell’orizzonte bianco della neve e del mare ghiacciato. È un territorio in cui la voce umana diventa quasi un sussurro, dove ogni parola deve lottare per sopravvivere, per imprimersi su una realtà che tende a cancellarla. Ma “A Nord della parola” è anche un confine interiore: è il punto in cui il linguaggio si esaurisce e diventa altro, si trasforma in silenzio o in pura intuizione. È la soglia oltre la quale il dire non basta più, dove la poesia si avvicina all’ineffabile. Arcangelo, con il suo paesaggio estremo, con la sua luce rarefatta e i suoi ghiacci, è un’immagine perfetta di questo limite: un luogo in cui il linguaggio si fa scarnificato, ridotto all’essenziale, come la mia stessa scrittura. È un Nord in cui la parola si spoglia di ogni ornamento, dove resta solo ciò che è necessario, come se la poesia fosse costretta a resistere in condizioni di assoluto.
andrò a Nord
Anestesia delle nevi, La Vita Felice Editore
della parola
nella siberia sintattica
il gelo muto
a cavallo sul pianeta veglierò
la morfologia della fine
6. Qual è, secondo lei, anche dal punto di vista giornalistico, il ruolo del poeta oggi? E che spazio ha la voce femminile nella poesia contemporanea?
Oggi il poeta ha una funzione quasi di resistenza. Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio è sottoposto a un logoramento costante: parole vuote, ripetute, deformate da una velocità che non permette più il pensiero. Il poeta è colui che si ferma, che ascolta il battito nascosto della lingua, che cerca di restituire alle parole la loro necessità e il loro peso originario. Dal punto di vista giornalistico, il poeta è una voce fuori campo, un testimone che non si accontenta della superficie degli eventi, ma scava nelle loro radici.
La poesia, più di ogni altra forma di scrittura, è capace di custodire il silenzio dentro le parole, di illuminare le zone d’ombra della realtà, di mostrare l’invisibile. In un mondo saturo di informazione, la poesia non informa, ma trasforma.
Per quanto riguarda la voce femminile nella poesia contemporanea, credo che oggi abbia finalmente uno spazio più riconosciuto rispetto al passato, ma non sempre con la libertà assoluta che dovrebbe avere. Spesso si chiede alle poetesse di incarnare un ruolo, di parlare da una prospettiva “femminile” come se fosse un genere a parte, una categoria distinta. Ma la poesia non ha genere. O meglio, ha il genere della verità che porta dentro. Quello che conta non è lo spazio che viene concesso alle donne nella poesia, ma la possibilità che ognuna abbia di scrivere senza dover giustificare la propria voce, senza doverla modellare sulle aspettative di chi legge.
La poesia femminile non deve essere solo riconosciuta: deve essere ascoltata nella sua piena forza, nel suo diritto di esistere senza etichette.
7. Se dovesse consigliare un libro di poesie quale sarebbe?
Questa è una domanda insidiosa, perché scegliere un solo libro di poesie è quasi un’ingiustizia. La poesia non si esaurisce in un titolo, è un’onda che attraversa i secoli, un dialogo tra voci e sensibilità diverse. Avrei piuttosto nominato un poeta. O meglio, più poeti. Per me, la poesia rumena ha due pilastri fondamentali: Lucian Blaga e George Bacovia. Blaga è la verticalità del pensiero, il poeta della luce nascosta, del mistero che filtra tra le cose; Bacovia è la gravità della materia, il poeta della pioggia senza fine, del piombo che cade nelle vene. E alla radice di tutto c’è Mihai Eminescu, che non è solo il punto di partenza, ma un orizzonte intero. Da quello che so, questi immensi poeti sono stati tradotti in italiano in più edizioni, da più traduttori. Esistono diverse versioni, eppure la certezza è che la traduzione potrebbe restare lontana dall’originale, come accade spesso con la poesia. Ci sono strati di senso, sfumature, ritmi interni che rischiano di disperdersi nel passaggio da una lingua all’altra. Se però dovessi scegliere un nome anche nella letteratura universale, allora direi Anna Ahmatova. È una poeta russa che sento particolarmente vicina alla mia indole, per la sua forza trattenuta, la sua essenzialità che scava senza mai concedersi nulla di superfluo. Di lei sono sicura che esistano ottime traduzioni in italiano, e credo che la sua voce possa arrivare anche attraverso un’altra lingua, perché ciò che porta dentro è di un’intensità che non si lascia cancellare.
8. Lei è anche traduttrice di poesia italiana contemporanea in romeno. In una intervista ha dichiarato che tradurre è “comprensione al cento per cento dell’opera”. Alla luce delle diatribe letterarie che negli anni 70’ facevano discutere sull’ipotetica esistenza di una poesia femminile e una maschile, le chiedo: visto che lei traduce anche poesie scritte da uomini, sente di comprenderli al cento per cento quando li traduce? Nel gioco dei generi pensa sia possibile avere questa connessione durante la traduzione di uno dei generi letterari più intimi, appunto la poesia?
Sì, i generi contano in poesia, e negarlo significherebbe ridurre la scrittura a un’astrazione che non tiene conto di ciò che siamo. Il maschile e il femminile esistono come sensibilità distinte, e la poesia non è indifferente a questa differenza. La sensibilità profonda, l’intuizione e la capacità di raccogliere le sfumature più sottili dell’esperienza appartengono tradizionalmente al femminile; il coraggio di affrontare lo strappo, di guardare l’abisso e nominare l’inenarrabile è spesso più vicino all’energia maschile. Ma la grande poesia accade proprio nel punto in cui queste due forze si incontrano.
Tradurre un poeta uomo o una poeta donna non è un esercizio neutro. Il corpo della lingua ha una memoria, e il genere lascia tracce che un traduttore deve saper leggere. Non si tratta solo di parole, ma di ritmi, di scelte stilistiche, di una visione del mondo che ha radici anche nel genere. Ci sono immagini che un uomo non userebbe mai, così come ci sono slanci che appartengono più all’esperienza maschile che a quella femminile. Ma questo non significa che la comprensione sia impossibile. Significa piuttosto che bisogna entrare nel respiro dell’altro senza annullare le differenze, senza tradirle per cercare un’inesistente neutralità.
La poesia non è né maschile né femminile, e allo stesso tempo è entrambe le cose. Un grande poeta ha in sé sia la sensibilità che il coraggio, sia l’intuizione che la forza di nominarla. E una grande traduzione è quella che riesce a rispettare questo equilibrio, senza smorzare le specificità, ma senza irrigidirle in una dicotomia artificiale.




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