perche leggiamo solo saffo

Gli antichi conoscevano più poetesse di noi. Allora perché oggi leggiamo solo Saffo?

Dimmi una poetessa antica che conosci.

Quanti di voi – a questa domanda – risponderebbero Saffo? Non serve aver fatto studi classici per averla sentita nominare almeno una volta, anche solo sui social.

Saffo è una presenza isolata nei libri di scuola, l’eccezione: tanto che nei secoli è diventata quasi un simbolo, perdendo anche quel poco di biografico che sapevamo su di lei a causa di narrative distorte e stereotipi. Questo è stato il prezzo da pagare per essere l’unica poetessa del canone greco antico a restare davvero centrale nel racconto che è arrivato fino a noi.

Eppure, ci sono state altre poetesse nell’antica Grecia, che raramente troviamo nelle librerie e quasi mai nei percorsi scolastici.

Questo scarto dipende da una confusione di fondo: il canone antico, il canone della trasmissione e il canone scolastico. Nel passaggio tra trasmissione e insegnamento nasce l’illusione che non siano mai esistite altre poetesse.

Non abbiamo meno poetesse.
Abbiamo un canone più stretto.

Un canone alternativo

In un epigramma attribuito ad Antipatro di Tessalonica troviamo stilata una sorta di canone poetico delle poetesse.

L’epigramma elenca nove nomi:

Non si tratta di un semplice elenco. Come emerge dall’analisi critica di Burzacchini, il numero nove non è casuale: richiama direttamente le Muse. Le poetesse vengono infatti presentate come equivalenti terrestri delle Muse, “dalla voce divina”, capaci di generare “gioia indistruttibile” negli uomini.

Questo significa una cosa molto semplice: gli antichi non solo conoscevano queste autrici, le riconoscevano come parte della tradizione poetica.

Antipatro di Tessalonica, AP IX 26

Eccole le donne dalla voce divina che l’Elicona nutrì,
con inni e la roccia macedone di Pieria:
Prassilla, Mero, la bocca di Anite, un Omero femmina,
Saffo cesello di Lesbie dalle belle pettinature,
Erinna, Telesilla inclita e tu, Corinna,
che canti lo scudo impetuoso di Atena,
Nosside femminea-voce e Mirtide dolce-echeggiante,
tutte operatrici di pagine eterne.
Nove Muse il grande Urano, nove la Terra
ne creò, gioia indistruttibile per i mortali.

Traduzione di Camillo Neri, 1996.

Non si tratta di un canone “ufficiale”, ma di una costruzione letteraria che riflette un modo di leggere e organizzare la tradizione. Anche Meleagro, nel proemio della sua Corona, menziona alcune poetesse (troviamo anche Partenide) inserendole in un canone composito di autori e autrici.

Meleagro di Gadara, AP IV 1

Musa cara, a chi porti questo canto fiorito,
o chi fu che intrecciò la ghirlanda di inneggiatori?
Meleagro: per l’illustre Diocle
ha cesellato questo dono memoriale.
Molti gigli intessendo di Anite, molti di Mero,
bianchi, e di Saffo pochi fiori ma rose,

Insieme mischiando un bel fiore odoroso, l’iris
di Nosside, sulle cui tavolette Eros ha sciolto la cera.

e il dolce croco virginale di Erinna,
….
e da un prato impeccabile sedani,
pochi fiori cogliendo, di Partenide.

Traduzione di Camillo Neri, 1996

Saffo non era sola (ma lo è diventata)

All’interno di questo canone, Saffo occupa una posizione privilegiata. La sua grandezza è indiscutibile, ma è importante capire che non era l’unica.

Accanto a lei troviamo poetesse con caratteristiche precise: alcune sono ricordate da Antipatro e allo stesso tempo conservate con i loro versi nell’Antologia Palatina, mentre altre appartengono a tradizioni diverse o ci sono note solo in forma frammentaria.

  • Anite, apprezzata per la qualità epigrammatica legata a temi epici (“l’Omero donna” come si legge nei versi di Antipatro), agli epitaffi e alla natura. I suoi versi sono presenti nell’Antologia Palatina.
  • Nosside, con una poesia connotata da una forte consapevolezza femminile. Nell’Antologia Palatina sono conservati soprattutto componimenti di carattere ecfrastico, mentre risultano assenti i testi esplicitamente amorosi. Considerando che Meleagro associa la sua poesia a Eros, questa discrepanza è stata interpretata come possibile effetto dei processi di selezione della tradizione.
  • Erinna, oggetto di dibattito già nell’antichità, celebre per la sua Conocchia. Nell’Antologia Palatina le sono attribuiti alcuni epigrammi, in particolare epitaffi, la cui attribuzione è stata discussa dalla critica.

Questo canone mostra un panorama differenziato e soprattutto integrato con quello maschile. Eppure oggi tutto questo si è contratto in un unico nome.

Cosa è successo: il problema del canone

Tra il canone antico e quello che studiamo oggi non c’è un passaggio lineare, ma una serie di filtri. La trasmissione dei testi antichi è legata alla copia e alla conservazione: molto si perde e non tutto viene trascritto. Con il passaggio al mondo cristiano cambiano anche i criteri culturali, e alcuni generi, autori e testi diventano progressivamente marginali. Nei secoli successivi, la filologia umanistica e poi la costruzione delle storie della letteratura tra Settecento e Novecento stabilizzano un canone sempre più ristretto, pensato anche per l’insegnamento.

Non è stata una singola esclusione, ma una lunga catena di selezioni.

In questi processi di selezione, Saffo resta. Le altre lentamente si diradano.

Negli ultimi decenni, tuttavia, queste autrici iniziano a riemergere nell’Accademia: gli studi di genere e gli Women’s Studies hanno riportato l’attenzione su testi e voci rimasti ai margini, mostrando come la loro assenza fosse più il risultato di una selezione che di una reale mancanza.

Non si tratta quindi di scoprire nuove poetesse, ma di rileggere quelle che avevamo già.

Dalla pluralità alla semplificazione

Il risultato di questa perdita, comunque, è ancora visibile nella vita di tutti i giorni. Entri in libreria e trovi Saffo, forse una raccolta generica di poeti greci. Raramente altri nomi femminili emergono. Non perché non esistano testi o studi (cito ad esempio l’ultima traduzione di Anite di Ugo Pontiggia), ma perché il canone moderno è il risultato di una semplificazione lunga secoli.

Il problema non è l’assenza. È la lettura

Dire che le poetesse sono state dimenticate è parzialmente vero. I loro nomi sono nei testi antichi, gli studi esistono e le fonti sono accessibili. Il problema è un altro:

abbiamo smesso di leggerle.

E leggere significa anche riconoscere che la storia della letteratura non è mai neutra, ma è il risultato di scelte, e quindi, di esclusioni.

Da dove ripartire

Ricostruire una “libreria delle poetesse” oggi non è un’operazione nostalgica. È un lavoro critico, una scelta che recupera.

Significa:

  • leggere e studiare i nomi oltre Saffo
  • distinguere tra canone antico e canone scolastico
  • rimettere in circolo testi e voci

L’epigramma di Antipatro e il Proemio di Meleagro ci mostrano che un’altra storia della poesia è sempre esistita.

Semplicemente, non è quella che abbiamo imparato.

Bibliografia

- Le informazioni sono tratte dai miei studi per la tesi "Voci e maschere femminili in età ellenistica", arrivata secondo al premio HerStory 2025.
- Burzacchini, Eikasmos VII, 1997, Sul 'canone' delle poetesse(Antip. Thess. AP IX 26 [= XIX G.-P.])
- Potete studiare Erinna, Corinna, Nosside, Anite e Saffo su questo sito, nella sezione poetesse greche.

Avviso: Erinna, Nosside e Anite sono trattate nel mio libro “Qualcuno si ricorderà di noi”, per cui sto cercando un editore per la seconda edizione. Qualora foste interessati scrivetemi a poetessedonne [at ] gmail.com

Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista, fondatrice di Culturamente.it e di Poetessedonne.it. Nel 2020 ho pubblicato il libro "Qualcuno si ricorderà di noi", dedicato alle poetesse dell'antichità, nel 2023 ho pubblicato "Poesie sul Tavolo".

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