Perché a scuola non studiamo quasi mai le autrici? Non di certo perché nella storia non sono esistite donne geniali. Nel saggio L’ha scritto lei, ma…, Johnny L. Bertolio ricostruisce proprio la storia di questa assenza per capire come e dove si è generata.
Le donne hanno scritto, pubblicato e partecipato alle reti intellettuali del proprio tempo sin dai tempi di Saffo. Eppure la percezione che abbiamo ereditato dalla scuola è spesso molto diversa: poche autrici, quasi sempre isolate, disseminate lungo secoli di letteratura prevalentemente maschile.
Il canone non è “la letteratura”
Il canone non coincide con tutto ciò che è stato scritto: è una selezione che conserva qualcosa e lascia fuori qualcos’altro. Il libro di Bertolio cerca di capire attraverso quali passaggi una determinata selezione sia diventata così familiare da essere percepita come naturale. Per farlo, l’autore mette in relazione la costruzione della storia letteraria italiana, i programmi ministeriali e la manualistica scolastica. Il risultato è la ricostruzione non tanto di una cancellazione improvvisa, quanto di una progressiva sedimentazione dell’assenza.
Come si costruisce un’assenza?
Il primo passaggio è la nascita stessa della storia della letteratura italiana come disciplina. Dopo l’Unità, la scuola assume una funzione fondamentale nella costruzione dell’identità nazionale e la letteratura contribuisce a fornire alla nuova nazione una genealogia culturale comune. In questo contesto la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis esercita un’influenza enorme sul modo di raccontare la tradizione, destinata a riflettersi anche nella formazione degli insegnanti e nella scuola. Quella narrazione, però, restituisce una storia letteraria quasi interamente maschile.
Alla storiografia si sovrappongono poi le istituzioni scolastiche e i programmi ministeriali. Bertolio segue le diverse riforme fino a soffermarsi sulla riforma Gentile del 1923, dentro un sistema educativo che rispecchia anche una precisa concezione sociale della donna e della sua formazione.
Il dato simbolicamente più significativo arriva qualche anno dopo: nella revisione dei programmi del 1936 compare Gaspara Stampa, indicata nel libro come «la prima donna scrittrice a entrare per legge nel canone degli autori».
Poi ci sono i manuali. Ed è forse qui che il meccanismo diventa ancora più evidente: anche quando le autrici compaiono, infatti, non necessariamente entrano nel racconto principale della letteratura. Possono essere relegate in appendici, raggruppate sotto l’etichetta di “letteratura femminile”, trattate separatamente dagli autori con cui invece condividevano epoche e reti culturali. Bertolio rileva che nei manuali del Regno d’Italia la loro presenza si aggira intorno al 4%.
L’assenza, quindi, si costruisce attraverso una successione molto silenziosa: una storia letteraria seleziona quasi esclusivamente uomini, i programmi riprendono quella selezione, i manuali la consolidano, generazioni di studenti la apprendono e finiscono per considerarla la forma naturale della storia della letteratura. Alla fine, la selezione diventa tradizione e la tradizione diventa canone.
Una questione filologica, prima ancora che di rappresentanza
È qui che L’ha scritto lei, ma… tocca un punto che considero particolarmente importante. Bertolio domanda:
«Perché una persona che si laurea su Ariosto o Leopardi può ignorare le autrici vissute nella stessa epoca? Non rischia, così facendo, di non ricostruire, filologicamente, il contesto letterario e storico di quegli autori?»
È una domanda che sposta finalmente le autrici dall’habitat della “fauna speciale” che già era stato individuato da Oriana Fallaci: studiare le autrici non significa soltanto soddisfare un’esigenza contemporanea di rappresentanza, ma ricostruire meglio la storia letteraria.
La filologia, dopotutto, ci insegna proprio questo: dietro un’opera ci sono tradizioni, letture, relazioni, influenze, polemiche, ambienti culturali. Se da quelle reti eliminiamo sistematicamente una parte delle persone che vi partecipavano, non impoveriamo soltanto la storia delle donne, ma anche la comprensione degli stessi autori che abbiamo scelto di conservare.
Per questo il problema non può risolversi semplicemente aggiungendo qualche nome femminile a un indice (come spesso accade in molte antologie contemporanee di poesia). Occorre ricostruire le relazioni.
“L’ha scritto lei, ma…”
Il titolo del saggio rimanda alla riflessione di Joanna Russ sui meccanismi attraverso i quali la produzione culturale delle donne viene negata o svalutata. E quel “ma” finisce per diventare uno dei fili più interessanti del libro.
- L’ha scritto lei, ma è un’eccezione.
- L’ha scritto lei, ma parla soltanto di sé.
- L’ha scritto lei, ma scrive come un uomo.
Cambiano le formulazioni, ma il risultato è simile: l’autrice viene riconosciuta e contemporaneamente separata dalla tradizione alla quale potrebbe appartenere. È un meccanismo che chi lavora sulle scrittrici del passato incontra continuamente: nelle storie letterarie, nelle antologie, nelle prefazioni, nella critica, persino nel modo in cui le opere vengono classificate. E c’è un paradosso particolarmente insidioso: anche recuperare le autrici può significare continuare a separarle, se ci limitiamo a costruire una storia femminile parallela a quella considerata “universale”.
Non un contro-canone, ma una storia più completa
È anche per questo che trovo interessante la proposta che emerge dal libro: l’obiettivo non è sostituire gli autori con le autrici e neppure costruire un contro-canone esclusivamente femminile. Bertolio invita piuttosto a «moltiplicare gli sguardi e i punti di vista», facendo emergere il dialogo fra autori e autrici.
Una poetessa recuperata soltanto perché donna rischia ancora di essere percepita come un’aggiunta. Una poetessa restituita alle relazioni letterarie, culturali e storiche del proprio tempo torna invece a occupare il posto che le compete nella ricostruzione di quel contesto. È, in fondo, la stessa questione con cui mi confronto continuamente su Poetessedonne.it: ho iniziato censendo le poetesse storiche per palesare la loro esistenza e mi sono ritrovata a costruire un Osservatorio della Poesia Femminile Contemporanea perché mi sono resa conto questo problema del canone non è stato affatto superato, né a scuola né tantomeno nelle antologie contemporanee.
Verso la conclusione del volume Bertolio scrive:
«È tempo di cambiare, di riconoscere che il “si è sempre fatto così!” ha presupposti escludenti, a cui si deve avere il coraggio di rinunciare senza più alibi.»
Dobbiamo smettere di confondere ciò che abbiamo ereditato con ciò che è esistito.
Da filologa, è forse questo l’aspetto di L’ha scritto lei, ma… che trovo più fertile: Bertolio non ci chiede semplicemente di ricordare più donne. Ci invita a interrogare i meccanismi attraverso i quali ricordiamo, perché ogni tradizione è il risultato di una trasmissione. E la trasmissione comporta sempre selezioni e perdite. Il compito di chi torna sulle fonti non è fingere che quelle perdite non siano avvenute, né sostituire una selezione con un’altra: è provare a ricostruirle.
Questo discorso a mio avviso diventa ancora più forte in un’epoca dove, per le nostre ricerche, iniziamo ad affidarci a risposte di Intelligenza Artificiale che non sono poi così lontane da un canone: rispondono con le informazioni che gli sono state insegnate, spesso ignorando “il margine”.




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