Nel secondo dopoguerra la parola poetica ha subito un profondo rinnovamento dettato soprattutto dalla dolorosa esperienza dell’ultimo conflitto mondiale per cui, come direbbe Salvatore Quasimodo in Alle fronde dei salici (1947),«Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento». La poesia, quindi, abbandona il linguaggio criptico, inizia a farsi nuove domande e ad avere il “vero” come nuovo obiettivo. Testimonianza di questa nuova transizione è sicuramente Ingeborg Bachmann, poetessa austriaca i cui versi si muovono nella costante ricerca del fuoco vivo dell’esistenza. Come dice infatti lei stessa in un’intervista, ha iniziato a scrivere «senza volerlo, con le osservazioni, con i rapporti umani, tramite se stessi». Per lei, quindi, la poesia non si limita a raccontare l’esistenza, ma è l’esistenza stessa.
Ingeborg Bachmann (Klagenfurt, 1926 – Roma, 1973) è stata una poetessa e scrittrice austriaca, tra le voci più importanti della letteratura europea del secondo Novecento. Segnata dall’esperienza del nazismo e della Seconda guerra mondiale, concepì la scrittura come una ricerca della verità capace di attraversare il dolore individuale e collettivo.
Legata al Gruppo 47, esordì con la raccolta Tempo dilazionato (1953) e pubblicò nel 1956 Invocazione all’Orsa Maggiore. Fu anche autrice di racconti, radiodrammi, saggi e del romanzo Malina (1971), primo volume del progetto narrativo Modi di morire. Visse a lungo a Roma, che considerava una sorta di «patria intellettuale», e tradusse in tedesco Giuseppe Ungaretti.
Al centro della sua opera ci sono il rapporto tra linguaggio e verità, la guerra, il dolore, l’amore, la morte e i limiti della parola. Per Bachmann la letteratura non deve nascondere la sofferenza, ma renderla visibile: la poesia diventa così una forma di conoscenza e un modo radicale di interrogare l’esperienza umana.
Morì a Roma nel 1973, dopo essere rimasta gravemente ustionata in un incendio provocato da una sigaretta.
Vita e opere
Gli esordi
Ingeborg Bachmann nasce a Klagenfurt il 25 giugno 1926. La tragica esperienza dell’Anschluss (annessione dell’Austria al Terzo Reich del 1938) la segna profondamente, ma alla caduta del nazismo la ragazza, appena diciottenne, respirerà un’aria nuova nella sua vita come scriverà nelle lettere raccolte in Diario di guerra. Nel dopoguerra, infatti, Ingeborg studia alle università di Innsbruck, Graz e Vienna, concludendo in quest’ultima il suo percorso di studi con una tesi in cui critica il pensiero di Martin Heiddeger. Nel 1948 inizia la relazione clandestina con Paul Celan, il cui suicidio lei elaborerà successivamente nel romanzo Malina del 1971: «La mia vita finisce, perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L’ho amato più della mia vita». Ingeborg lavora poi per l’emittente radiofonica Rot-Weiss-Rott per cui scriverà Un negozio di sogni. In quegli anni sboccia anche la sua poesia, che confluirà nella prima silloge dal titolo Tempo dilazionato del 1953, premiata dagli scrittori del Gruppo 47, artefice dei primi tentativi di un rinnovamento culturale dopo la tragica parentesi del nazismo.
A Roma
Nel 1953 Ingeborg va a Ischia per scrivere alcuni libretti d’opera per l’amico compositore Hans Werner Henze. Nello stesso anno si trasferisce a Roma, animata in quegli anni da una grande vivacità culturale. La poetessa, però, la vivrà più come “patria intellettuale” che come patria nel senso stretto del termine. Protagonista delle sue opere, infatti, sarà sempre l’Austria, mentre a Roma riserverà solo una raccolta di cronache dal titolo Quel che ho visto e udito a Roma, pubblicata nel 1955 sulla rivista tedesca Akzente. In essa, accanto al degrado in cui versava all’epoca la città, emerge anche quell’inspiegabile fascino che convincerà la poetessa a restarvi fino al 1957. A Roma Ingeborg collabora con la rivista Botteghe Oscure su cui promuove le nuove voci della letteratura tedesca e che le permette di esplorare il rapporto di quest’ultima con quella italiana. Traduce in tedesco Giuseppe Ungaretti e nel 1956 pubblica la raccolta di poesie Invocazione all’Orsa Maggiore.
In Germania
Nel 1957 Ingeborg si trasferisce a Monaco di Baviera dove lavora come drammaturga per la televisione. In questi anni bavaresi intrattiene una relazione tormentata con lo scrittore svizzero Max Frisch, che si complimenta con lei per il radiodramma Il buon Dio di Manhattan. Di questa relazione esiste un carteggio pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo “Non siamo stati bravi”, tratto dalle parole dello stesso Frisch in una lettera indirizzata a Ingeborg. Nell’inverno 1959-1960 Ingeborg tiene un ciclo di conferenze sulla letteratura alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, pubblicate postume nel 1984 con il titolo Lezioni di Francoforte. La poetessa pubblica nel 1961 la raccolta di racconti Il trentesimo anno, premiata poi a Berlino, dove lei cadrà in uno stato di profonda depressione e inizierà ad assumere anche degli psicofarmaci nel disperato tentativo di riempire il vuoto interiore acuito dall’altalenante relazione con Frisch. Una dipendenza, questa, che l’accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.
Gli ultimi anni
Nel 1966 Ingeborg torna a Roma e proprio mentre risiede nella Città Eterna riceve nel 1968 il Premio nazionale austriaco per la letteratura, ennesima conferma del mai tramontato legame con la terra natia. Nel 1971 pubblica Malina, primo e unico romanzo completo della trilogia “Modi di morire”, da cui nel 1991 sarà tratto l’omonimo film diretto da Werner Schroeter. Nel 1972, invece, esce Tre sentieri per il lago, ultima opera di Ingeborg.
La poesia di Ingeborg
Per comprendere la poesia di Ingeborg Bachmann bisognerebbe forse partire dalla tragica fine della sua esperienza terrena, dal misterioso incidente del 26 settembre 1973 in cui rimane gravemente ustionata a causa di una sigaretta. In quel momento il fuoco ci ha privato di una delle più grandi poetesse del Novecento, rendendo però al tempo stesso immortale la sua poesia in cui lei, come la salamandra dei versi di Spiegami, Amore, supera le fiamme di ogni dolore:
Vedo la salamandra
attraversare ogni fuoco.
Non un fremito la scuote e nulla le dà dolore.
La poesia di Ingeborg, coerente, incorruttibile e vera, ne è la più limpida testimonianza. Per lei, però, la parola è limitata e questo limite può essere superato solo se essa trae forza dall’esperienza umana, soprattutto dal dolore:
Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui anzi il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità.
La verità si può pretendere, discorso pronunciato il 17 marzo 1959 durante la premiazione della sua opera Il buon Dio di Manhattan.
Quindi, solo
spinti dalla nostalgia li oltrepasseremo [i limiti]
e poi saremo in armonia in ogni luogo.
E, come dice lei,
se una parola confina con me, la lascio fare.
Ma deve essere sempre una parola «libera, chiara e bella» a cui dare del tu, come fa lei in Discorso e diceria:
Parola, muori nella palude,
da cui sgorga la pozzanghera.
Parola sii con noi
pazientemente tenera
e impaziente. Deve il seminare
avere fine.
Per Ingeborg il poeta può avvicinarsi alla verità soprattutto di notte, perché, come spiega in un’intervista,
l’uomo, che durante il giorno fa questo e quello, nella notte rientra in sé e pensa veramente. Se siamo veri, lo siamo di notte, appena stiamo completamente soli.
Solo di notte, dunque, si può scendere nelle proprie profondità o, come scrive nella Boemia è sul mare, andare
a fondo – cioè al mare, là ritrovo la Boemia.
A fondo, in rovina, mi sveglio quieta.
Fino in fondo ora so, e non son persa.
[…] E sbagliate cento volte,
come sbaglio io che non ho mai superato prove,
eppur le ho superate tutte, una dopo l’altra.
[…] Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più.
Anche la morte custodisce gli accordi segreti della vita come in Dire cose oscure:
Come Orfeo io suono
la morte sulle corde della vita
e fin dentro la bellezza
e dei tuoi occhi, che governano il cielo,
so dire solo cose oscure.
[…] Ma come Orfeo io so
la vita dalla parte della morte
e mi diventa azzurro
l’occhio tuo chiuso per sempre.
Partendo, quindi, dai più oscuri e insondabili abissi dell’esistenza, si può estrarre, come nel caso della poesia Prender paese,
un corno piantato nel terreno,
dalla guidaiola ostinato,
nel buio confitto.
Dalla terra lo presi,
al cielo lo levai
con forza intatta.
Per colmare
questo paese con suoni,
nel corno soffiai,
volendo nel vento incombente
e tra steli increspati
di ogni origine vivere!
In quell’origine primordiale di cui il poeta deve nutrirsi risiede il vero che nel «muro apre le crepe» e che «non crea tempo, lo salva». Lo stesso tempo che salva Ingeborg nel rapporto intimo con la madre in A sera chiedo a mia madre:
Nel profondo esigo sempre
di narrare proprio tutto,
di assortire in accordi
ciò che in suoni mi lambisce.
L’esperienza dolorosa della guerra, invece, trova spazio soprattutto in Tutti i giorni, poesia in cui Ingeborg usa il linguaggio militare soprattutto per disarmarne o sovvertirne i valori in nome di un’umanità da ritrovare e di quel pacifismo che inizia a emergere nei primi anni della Guerra fredda. L’eroe è chi ha il coraggio di ribellarsi, mentre è debole chi è succube degli ordini di morte.
[…] L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
la divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.
[…] Viene conferita
per la diserzione delle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza di tutti gli ordini.
Negli ultimi anni della tormentata relazione con Frisch e della conseguente depressione, la poesia di Ingeborg muta, diventa ancora più vera, affilata, violenta, come si può leggere in alcuni frammenti sparsi pubblicati dai fratelli a trent’anni dalla morte, e contro la sua volontà, nella raccolta Non conosco mondo migliore. Sono questi gli anni in cui la poetessa inizierà a dedicarsi di più alla prosa, che risponderà meglio alla sua esigenza di superare il dolore che l’affligge. In una sua celebre frase riportata nella raccolta di interviste dal titolo In cerca di frasi vere dirà:
Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di “esserne capace” anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.
In realtà, Ingeborg non chiuderà mai del tutto le porte alla poesia, ma da questo momento in poi i suoi versi soffriranno di un’incompiutezza talvolta apparente in cui la parola non si carica di altri significati oltre a quello originario e crudo ma comunque incisivo nel raccontare lo stato d’animo di una donna che si aggrappa alla scrittura con tutta sé stessa:
Ho di nuovo la penna
in mano
con la punta più dura,
salta ai volti
e torna al proprio
volto, gratto, strappo, aguzzo
un canto crudele
e condanno a un bagno di sangue.
Sono poi emblematiche e al tempo stesso potenti le parole di Ingeborg quando dice
[…] cerco tutte le creature violentate
quelle dismesse e il vetrino buttato
i vestiti svenduti, le case ormai bruciate che gridano
vendetta, e mi arrangio con il superfluo,
Tutto ciò mi somiglia.
Perché leggerla oggi
Qui è stata delineata, in maniera del tutto sommaria e senza alcuna pretesa di esaustività, l’esperienza terrena e poetica di una donna che ha saputo riversare nella scrittura la parte più autentica di sé, nel bene e nel male, senza cadere nei ghirigori di una poesia sterile e ormai inadeguata per i suoi tempi. Senza contare che in questa sede è stata trascurata, per motivi di spazio, la sua narrativa, che meriterebbe un approfondimento a parte, pur rappresentando la summa della sua poetica ed essendo, quindi, strettamente intrecciata al discorso fatto fin qui. Seguire oggi la parabola poetica, tragica ma ardente di vita, di Ingeborg Bachmann significa riscoprire un vissuto che ci fa da specchio e ci insegna a stare nel dolore e ad attraversare con coraggio gli anfratti più bui della nostra vita. Perché anche la poesia, spesso data per scontata, è un atto di coraggio, un modo rivoluzionario di stare nel mondo.
Curiosità
A Ingeborg Bachmann è stato intitolato il premio letterario di Klangenfurt, dove sulla facciata del Musilhaus (Museo di Robert Musil, illustre concittadino della poetessa) campeggia un suo ritratto realizzato nel 2010 dallo street artist francese Jef Aérosol.
Bibliografia
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Ranzani A., «Ingeborg Bachmann, “Non conosco mondo migliore”», dietroleparole.it, 16 dicembre 2014, https://dietroleparole.it/2014/12/16/ingeborg-bachmann-non-conosco-mondo-migliore/ (ultima consultazione: 2 luglio 2026)
E’ morta la scrittrice Ingeborg Bachmann, «La Stampa», 18 ottobre 1973, https://tinyurl.com/yd42sua5 (ultima consultazione: 4 luglio 2026)
La scrittrice Inge Bachman è gravissima all'ospedale, «La Stampa», 3 ottobre 1973, https://tinyurl.com/yd42sua5 (ultima consultazione: 4 luglio 2026)
«Ingeborg Bachmann», Oblique, https://www.oblique.it/manifesto_bachmann.html (ultima consultazione: 2 luglio 2026)
«Ingeborg Bachmann – Giorni in bianco», Vincenza Fava (Youtube), https://www.youtube.com/watch?v=DxEH2_u1kuE (Ultima consultazione: 4 luglio 2026)
«Ingeborg Bachmann. Poesie scelte», Avamposto, https://tinyurl.com/su5y4pce (ultima consultazione: 2 luglio 2026)
«Ingeborg Bachmann: Shakespeare aveva ragione», Rai Cultura, https://tinyurl.com/su5y4pce (ultima consultazione: 2 luglio 2026)
«Ingeborg Bachmann. Poesia, voce e utopia del mare», exlibris20, https://www.exlibris20.it/ingeborg-bachmann-dedica-poesia-voce-utopia/ (ultima consultazione: 2 luglio 2026)
[Articolo di Francesco Ambrosio, giornalista e editor freelance]

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