Anna de Noailles, poetessa francese e figura simbolo della Belle Époque, non è solo una poetessa di straordinario talento ma anche un’icona culturale: fu celebrata dai più grandi intellettuali del suo tempo, da Marcel Proust a Paul Valéry, e tuttavia, la sua opera resta in gran parte inesplorata dal pubblico italiano. Grazie all’impegno appassionato di Marzia Minutelli, traduttrice dell’opera “Il cuore innumerevole” per Passigli Editori, ci viene restituito il ritratto di una donna che, con la sua poesia, continua a parlare ai lettori contemporanei di natura e bellezza.
Come è nata l’idea di curare un volume su Anna de Noailles? Cosa ti ha spinta ad approfondire lo studio di questa poetessa?
L’incontro, ormai quasi nove anni fa, con Anna de Noailles è stato – come spesso i coups de foudre – del tutto fortuito. Assorbita nella stesura del libro L’arca di Saba (Firenze, Olschki, 2018), una monografia sulla tematica zoologica nell’opera dello scrittore triestino, nel corso delle mie ricognizioni mi capitò un giorno sotto gli occhi Les Animaux, una lirica compresa nel volume di debutto della poetessa, Le Cœur innombrable, a stampa nel 1901. Quel testo suscitò in me un’impressione profonda: così tradizionale nel suo composto formalismo, accordava tuttavia agli esseri non umani un credito davvero inconsueto per l’epoca, analogo a quello loro concesso da Saba appunto, che al di qua delle Alpi faceva gridare allo scandalo lettori di professione e non.
Volli allora documentarmi sull’autrice di quei versi singolari e scopersi che si trattava di una principessa di stirpe greco-rumena dal nome altisonante e pittoresco di Anna-Élisabeth Bibesco Bassaraba de Brancovan (1876-1933). Parigina di nascita, contessa Mathieu de Noailles – come invariabilmente firmava le sue opere – in virtù delle nozze con un rampollo della più blasonata aristocrazia francese, quest’esotica femme d’encre conobbe una consacrazione senza uguali per una donna del suo tempo: fu uno degli intellettuali più incensati della Belle Époque fino almeno al primo dopoguerra; l’incontrastata vedette dei salons che radunavano l’élite artistico-letteraria; amica e corrispondente di Marcel Proust, di Maurice Barrès, di Colette, di Jean Cocteau, di Paul Valéry, di Rainer Maria Rilke, per citare solo gli elementi di maggior spicco di un’impressionante teoria di illustri ammiratori. Poetessa, romanziera, novellista, memorialista e pittrice, popolarissima anche sul versante del costume, la «divine Noailles» rappresentò una personalità istituzionale della Terza Repubblica (fu, ad esempio, la prima del suo sesso a diventare commandeur della Legion d’onore e a sedere all’Accademia reale del Belgio). Insomma, una figura carismatica che per il serrato intreccio arte-vita costituisce un fenomeno paragonabile a quello di Gabriele d’Annunzio, cui peraltro era legata da affettuosi rapporti, nel nostro paese.
La lettura del Cœur, che sùbito seguì, mi conquistò, tanto la voce di quell’esordiente di nemmeno venticinque anni suonava intrepida, sicura e originale, pur disponendosi in una metrica classica che in una stagione di imperanti rivoluzioni formali poteva apparire anacronistica. Tentare di trasporre la raccolta in versi italiani mi venne spontaneo.
Nel processo di curatela, quali aspetti della vita e dell’opera di Anna de Noailles hai trovato più affascinanti?
Come ho detto, in colei che Anatole de Monzie definì il «nostro d’Annunzio nazionale» il piano biografico e quello letterario sono strettamente interrelati ed è pressoché impossibile restare insensibili al magnetismo di questa eccentrica scrittrice-personaggio, che fu oltretutto una folgorante femme d’esprit e un’attivista engagée nelle questioni socio-politiche più incandescenti del periodo. Ma, lo ripeto, sono state le poesie accolte nella sua opera prima a esercitare su di me un potente richiamo, in primo luogo perché ho avvertito pienamente congeniali aspetti salienti della sensibilità della scrivente: l’intensità del suo sentimento della natura; lo spirito di fraternità che la accomuna alle esistenze pretese inferiori, siano esse animali o vegetali, senza ombra di preconcetti antropocentrici o di superbia specista. E poi mi affascinava il singolare divario tra la forma e il contenuto di quei componimenti: una versificazione canonica, quasi da grand siècle – l’alessandrino ne è il metro d’elezione –, messa al servizio di un’ispirazione immediata e selvaggia, di un’invenzione verbale inesauribile, di una sorprendente varietà di combinazioni sonore.
Quali sono state le sfide principali che hai incontrato nella traduzione delle poesie di Anna de Noailles in italiano, mantenendo l’integrità e la musicalità dell’originale?
Premetto che non sono una francesista né, tantomeno, una traduttrice di professione. La mia è stata un’impresa da assoluta neofita, un’avventura scaturita da una consonanza spirituale, dalla volontà di intrattenere un colloquio che sfidava i confini dello spazio e del tempo. Da qui la scelta, forse inattuale e comunque controcorrente, di mantenermi fedele alle forme e ai ritmi dell’originale voltandone i testi in versi regolari. A restituire l’alessandrino ho adottato il preteso equivalente della metrica italiana, il doppio settenario o martelliano, mentre per rendere il senario e l’ottonario ho impiegato gli altrettanto ortodossi settenario e novenario. Ho inoltre tentato di riprodurre gli schemi rimici delle liriche, benché le costitutive differenze tra la lingua francese e la nostra e, di conseguenza, tra i rispettivi sistemi prosodici mi abbiano creato non poche difficoltà: oltre all’inevitabile rinuncia alla corrispondenza di rime femminili e maschili, mi sono vista costretta a surrogare molto spesso alle rime assonanze e consonanze e a operare talvolta qualche violenza nella riarticolazione dei periodi incrementando le anastrofi e gli iperbati, con la conseguenza di un leggero rialzo del tono.
A causa del condizionamento impostomi dalla rigidità della misura dei versi, mi è capitato con una discreta frequenza di eliminare elementi linguistici (perlopiù aggettivi o avverbî, talvolta verbi) del testo di partenza. Per compensare la perdita semantica, ho in genere trasmesso la nozione da essi espressa in altro modo (dislocandola, ad esempio, in un punto diverso della poesia oppure condensando un concetto). Si è verificato anche qualche sporadico caso, specie nei versi più brevi, di soppressione tout court, ma il dettato noailliano è talmente esuberante che confido il sacrificio non sia stato di grande entità. Quanto alla cosiddetta esplicitazione, raramente la mia traduzione ha dato luogo a ridondanze, dettagliando informazioni nell’originale soltanto sottintese.
Come pensi che il pubblico italiano possa beneficiare della riscoperta di Anna de Noailles? Quali aspetti della sua poesia potrebbero avvicinarsi maggiormente alla sensibilità dei lettori contemporanei?
In tutta franchezza, quando mi risolsi a mettere mano alla traduzione, non mi ponevo il problema della distanza storica, dell’eventuale diversità del gusto dei lettori odierni. Era esclusivamente per me che voltavo quei versi e dell’attualità della voce di Anna non mi curavo affatto: l’essenziale era che parlasse a me. Più tardi, a lavoro ultimato, ho ritenuto che diffondere il mio esperimento presso il pur ristretto pubblico degli amanti della poesia potesse avere un senso, perché il sincero trasporto verso la natura, l’impregiudicata sensibilità creaturale della «Muse des jardins», come opportunamente la soprannominarono i contemporanei, in tempi di ecologismo e animalismo avanzanti colpiscono per la sorprendente modernità.
Tanto più che, mentre la riscoperta della contessa de Noailles è attualmente in corso non solo in Francia e nelle nazioni francofone, ma in Inghilterra, in Germania, in Spagna, in Romania e negli Stati Uniti, in Italia disponiamo a malapena di tre versioni parziali di sillogi liriche posteriori al Cœur, che, alquanto cursorie e non prive di fraintendimenti, non rendono certo sufficiente giustizia a un’autrice meritevole di ben altre attenzioni. L’auspicio è dunque che i tempi siano finalmente maturi per divulgare la sua opera anche nel nostro paese.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai in programma altri lavori di traduzione o curatela su altre figure letterarie dimenticate o poco conosciute?
Coltivo da sempre una particolare propensione per l’eccentrico e per l’inedito che mi porta spesso a occuparmi, anche nel mio terreno d’indagine abituale, quello della letteratura italiana, degli scrittori cosiddetti minori.
Al presente, sul versante traduttivo, sono ancora all’esclusivo servizio di madame de Noailles. Già da tempo ho reso in versi regolari L’Ombre des jours, la sua seconda silloge lirica, uscita a tredici mesi di distanza dalla precedente, nel Giugno 1902. È la raccolta più amata da Proust, che di Anna era intimo («[…] non ho cambiato parere sul Cœur innombrable. Ma ho tuttavia l’impressione che l’Ombre des jours lo superi, lo domini», le rivelava in una lettera), e presenta in effetti caratteri di originalità forse ancor più sorprendenti rispetto all’opera prima. Sto attualmente procedendo alla revisione definitiva del testo in vista della stampa: data la mia connaturata incontentabilità, prevedo tempi abbastanza lunghi, ma confido che entro il prossimo anno il libro potrà vedere la luce, di nuovo per l’editore Passigli.
Il mio desiderio è quello di continuare a trasporre nella nostra lingua le raccolte della poetessa, ma dubito di riuscire a portare a compimento un progetto tanto oneroso. Mancano all’appello ben sette volumi, alcuni dei quali di dimensioni davvero ragguardevoli: Les Éblouissements (1907), Les Vivants et les Morts (1913), Les Forces éternelles (1920), Poème de l’Amour (1924), L’Honneur de souffrir (1927), Poèmes d’enfance (1928) e Derniers Vers (1933), il canto estremo, letteralmente sussurrato alle soglie della notte. Sarebbe davvero un’impresa ciclopica. Comunque, mai porre limiti alla provvidenza.
Se dovessi consigliare una sola poesia di Anna de Noailles a chi non la conosce, quale sceglieresti e perché?
Les Animaux, anche se si tratta di uno dei sette pezzi più antichi accolti nel Cœur, vergato nel 1895 da un’autrice poco più che diciottenne (con il titolo Invocation già figurava nel 1898 sulla «Revue de Paris») e quindi innegabilmente segnato da una certa acerbità, soprattutto dal rispetto stilistico. Ma, come ho detto, sono quei distici adolescenziali ad avermi rivelato Anna de Noailles: il suo cuore innumerevole è già tutto lì, nell’etimologica simpatia che lo fa conpalpitare – per usare un verbo caro a Saba – con tutte le creature viventi di cui vagheggia «l’innocenza ancestrale».
Dèi guardiani dei greggi che impugnate le verghe
Gli animali
Rendeteci l’antica purezza delle bestie;
Perché possiamo apprendere la pazienza dei mali,
Dateci la dolcezza dei frugali animali.
– Fate che ci appartenga nel dolore furioso
Dei cigni il taciturno distacco disdegnoso;
Dateci per patire l’azzardo della sorte
La placida e distratta indolenza del bove;
Fate che il nostro cuore dove l’infanzia smuore
Dell’asino possieda la gaiezza e il candore;
Dateci per ostare ai falsi giuramenti
La diffidenza accorta e pronta degli uccelli;
Fate che ci appartenga per riempire le veglie
L’alacrità gioiosa e saggia delle pecchie;
Dateci per smorzare desideri e appetiti
L’impassibilità assoluta dei gufi,
E, nei giorni crudeli in cui il senno vaneggia,
La fissità dei pesci sull’onda che mareggia;
Fate che il sentimento misterioso ci tocchi
Dell’infinito accolto in fondo ai loro occhi.
– Liberateci i corpi, miseri come sono,
Dall’anima gloriosa e dannata dell’uomo!…




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