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Nove poetesse indiane contemporanee: un’antologia

L’India ha una lunga tradizione poetica femminile che affonda le radici nei testi vedici e nella poesia Bhakti. L’antologia Nine Indian Women Poets, curata da Eunice de Souza, raccoglie le voci di nove poetesse contemporanee che hanno saputo ridefinire la poesia femminile indiana in lingua inglese. Queste autrici esplorano temi di identità, corpo, desiderio, oppressione e ricerca di libertà.

Introduzione

La poesia femminile indiana ha radici che affondano almeno al 1000 a.C. nonostante certa critica vorrebbe ricondurre la scrittura delle donne in India alle figure educate del primo Novecento. Le poetesse contemporanee non cercano le proprie antenate nei sentimentalismi vittoriani, ma in voci millenarie che parlavano di corpo, desiderio e autonomia con una franchezza sconcertante. Pensiamo ad Apala, che nei Veda pregava Indra di far rifiorire la sua pelle e “la parte sotto la vita”, o alla tradizione Bhakti, dove Jana Bai trattava la divinità come un compagno di casa, costringendo Krishna a pulirle i capelli dai pidocchi. È questo filo invisibile, fatto di audacia e realismo, a legare le mistiche del passato alle icone di oggi.

La libertà nelle ceneri: le monache buddiste e la “fatica della cucina”

Eunice de Souza rintraccia una genealogia alternativa fondamentale nei Salmi delle Sorelle (Psalms of the Sisters). Queste monache buddiste dell’antichità non celebravano la fede attraverso astrazioni metafisiche, ma attraverso la gioia tattile della fuga.

Ciò che le rende straordinariamente vicine alla sensibilità moderna è la loro ossessione per la libertà: il numero di componimenti delle monache riguardanti la liberazione dai vincoli terreni è nettamente superiore a quello dei loro colleghi monaci. Per queste donne, l’illuminazione non era solo spirituale, era un divorzio politico e fisico dalla sottomissione.

Una di loro esprime sollievo per aver lasciato alle spalle la fatica della cucina e un marito brutale, un’altra si mostra irritata dal fatto che i monaci considerino le monache inferiori, liquidando la loro intelligenza come un’arguzia da due dita.

Kamala Das: la voce dell’intimità e della ribellione

Kamala Das (1934–2009) è forse la figura più influente dell’antologia. Il suo stile confessionale e diretto affronta il desiderio femminile, la sessualità, il matrimonio come gabbia, l’umiliazione domestica.

È lei ad aver spezzato quello che la critica chiama colonial cringe, il servilismo culturale verso l’ex colonizzatore. Per Das, l’inglese non è una lingua “presa in prestito”, ma una lingua madre d’adozione. In An Introduction rivendica il diritto a un idioma fatto di «distorsioni e stranezze», utile quanto il gracchiare dei corvi o il ruggito dei leoni. In questa poesia proclama tre identità simultanee:

  • «Sono peccatrice, sono santa» – rifiuto di ogni moralità unidimensionale.
  • «Sono l’amata e la tradita» – rivendicazione del dolore come esperienza attiva.
  • «Sono ogni uomo, sono ogni donna» – assunzione di un io universale, senza confini di genere.

In altre liriche, come The Old Playhouse, racconta il soffocamento dell’amore coniugale («La tua stanza è sempre illuminata da luci artificiali, le tue finestre sempre chiuse»). In The Maggots reinterpreta il mito di Radha e Krishna con un’immagine feroce: «Che importa a un cadavere se i vermi lo mordono?».

Il dubbio

Quando muore un uomo, o una donna,
non chiamiamo il cadavere lui
o lei, ma “esso”.
Non significa forse
che crediamo
che solo le anime abbiano sesso,
e che il sesso sia invisibile?
Allora la domanda è: chi
è l’uomo, chi la donna,
se gli accessori del sesso
non indicano nulla?
È forse lei un uomo,
colei che con mani fragili
mi stringe al petto, mentre
il silenzio nella sua stanza di malattia,
facendosi eloquente, mi accusa
d’ingratitudine?
Ed è forse femmina lui,
colui che dopo l’amore liscia le lenzuola
con mani meticolose e strappa
dai cuscini ciocche di capelli?
… Come lo vedo bene,
dopo un omicidio,
riordinare scrupolosamente la scena,
lavare le macchie di sangue sotto il rubinetto,
seppellire il coltello…
E io, che cosa sono quanto al sesso,
io che mi muovo ossessivamente
dalle sue coltellate alla guarigione
nella sua piccola stanza silenziosa?

Traduzione con CHATGPT

Mamta Kalia: la quotidianità tra ironia e dissenso

La poesia di Mamta Kalia (nata nel 1940) adotta un tono colloquiale, ironico, spesso volutamente “improprio”. Introduce con decisione il wit – l’arguzia – nella poesia indiana in inglese. Non come ornamento, ma come strumento di sopravvivenza.

Confessa il desiderio di «scavarsi il naso in pubblico» e riduce la propria biografia a «due figli e due aborti spontanei». Descrive donne capaci di «trasformare con perizia i pantaloni di Munna nei calzoncini di Pappu» e una felicità consumata «a prezzi ridotti».

In Tribute to Papa scrive: «Sei un uomo senza successo, papà. / Non sei riuscito a ritagliarti un posto comodo nel mondo».

Compulsioni

Voglio scavarmi il naso in un luogo pubblico.
Voglio sedermi sulla sedia del mio ufficio con i piedi in alto.
Voglio schiaffeggiare il ragazzo che fa l’amore in un caffè
mentre io aspetto da sola il cameriere
che mi porti caffè e panini.
Voglio fare visite domenicali completamente nuda.
Voglio buttare via tutti i miei cosmetici.
Voglio rivelare la mia vera età.

Traduzione con CHATGPT

Melanie Silgardo: tra memoria e perdita

Melanie Silgardo (1956) riflette su famiglia, perdita e identità con immagini espressioniste e disturbanti. In 1956–1976 definisce la nascita «una trappola» tesa dai genitori e sogna di «arrotolare il cielo» per sostituirlo al volto vuoto di Dio.

È stata anche una figura centrale dell’editoria poetica indipendente, fondando la cooperativa Newground, vero atto di guerriglia culturale contro l’indifferenza del mercato.

The Earthworm’s Story

Ho perso quest’ultimo barlume di luce
strisciando lungo la strada.
Il corvo ha beccato,
la formica ha morso,
e la ghiaia ha ghignato al mio ventre.
Svanita l’umidità, le foglie cadono
pesanti come piatti, e fanno fracasso.
In alto, la mosca pedina l’aria.
Non importa
se quel piede sopra di me è il tuo.

Traduzione con CHATGPT

Eunice de Souza: minimalismo e pungente ironia

Curatrice dell’antologia, Eunice de Souza (1940–2017) pratica un minimalismo tagliente, spesso rivolto contro l’ipocrisia della società cattolica goana e il patriarcato.

In Catholic Mother scrive: Francis X D’Souza, padre dell’anno. / La moglie del pilastro / non dice nulla.

It’s time to find a place

È tempo di trovare un luogo
dove restare in silenzio insieme.
Ho chiacchierato all’infinito
nelle sale insegnanti, nei corridoi, nei ristoranti.
Quando non ci sei,
continuo i dialoghi nella mia testa.
Anche questa poesia
ha quarantotto parole di troppo.

Traduzione con CHATGPT

Imtiaz Dharker: identità in transito

Imtiaz Dharker (1954) esplora la condizione delle donne musulmane e l’ambiguità del velo, visto insieme come protezione e prigione. In Purdah I scrive: «Un giorno dissero che era abbastanza grande per imparare un po’ di vergogna. / Scoprì che le veniva naturale».

Eggplant

Impossibile da afferrare,
devi accoglierla nel palmo,
lasciarla scivolare sulla guancia.
Se potesse parlare,
questa melanzana
avrebbe la voce
di un dio‑bambino paffuto,
blu‑violaceo e lucente di felicità,
pieno di latte,
pronto a dormire.

Traduzione con CHATGPT

Smita Agarwal: il lirismo del quotidiano

La poesia di Smita Agarwal si concentra sulla vita quotidiana e sulla scrittura come resistenza silenziosa. In The Word‑worker: «Scavo parole / dal legno del silenzio».

Mediatrix

Un uomo innamorato è innamorato della propria ombra,
un’ombra che deve seguirlo e aderire
alla sua idea d’amore.
Non ama un profilo, né una mente,
ma solo un’idea di se stesso.
Girando attorno alla fiamma cercherà di coincidere
con la sua ombra, finché una donna,
innamorata di un uomo innamorato,
glielo permetterà,
rendendolo finalmente libero.

Traduzione con CHATGPT

Sujata Bhatt: la poesia della memoria linguistica

Sujata Bhatt (1956) esplora il bilinguismo e l’identità culturale. “A Different History” riflette sulla colonizzazione linguistica: “«Quale lingua non è stata la lingua dell’oppressore?». La sua poesia è un ponte tra passato e presente.

Something for Plato

Sporge le labbra,
questo relitto di rinoceronte:
pelle secca come ghiaia, zoppicante con la schiena storta —
ma chissà, forse è felice
tenuto così nello zoo di Delhi. Qui cammina
come un uomo grasso in una giacca sportiva rossa fiammante
che non si considera grasso — è così contento
del taglio virile della sua nuova giacca sportiva…
Labbra flaccide e screpolate
sussultano aprendosi, mostrandoci
una lingua triangolare, tagliente,
che sorride. Continua a sollevare
quelle labbra spesse, incrostate, ruvide, che tremano
con un gesto così tenero,
un’emozione così forte
che le pieghe intorno al collo
diventano improvvisamente delicate —
così aggraziate — potrebbe essere un giovane fenicottero,
un salice piangente,
che non lascia dubbi:
vuole essere accarezzato.
C’è un sacco
d’erba attorno a lui
ma non la vuole, vuole
essere nutrito a mano, vuole la carezza sulla fronte.
Accetterà persino che gli tirino il corno,
fingendo che la sua testa possa essere strattonata
dai gracili scolari — purché lo nutrano,
le punte delle loro dita
che svegliano e calmano la sua bocca.

Traduzione con CHATGPT

Charmayne D’Souza: il corpo e il desiderio

Charmayne D’Souza scrive di sessualità e autonomia femminile. “When God First Made a Whore” è una provocatoria riflessione sulla purezza e sulla trasgressione. Le sue poesie sfidano il moralismo e celebrano l’esperienza femminile.

Judith

Se potessi,
taglierei la testa ai miei amanti
uno per uno,
e li cullerei con una serenata
nel mio tempo libero.
Tanto sono già fantasmi.
Hanno deliziato
la mia immaginazione
senza mai interferire davvero
con la mia vita –
se non nel sonno.
Quelli che mi tengono sveglia
meritano la testa su una picca,
non su un cuscino.
Dov’è la mia spada, dico?

Traduzione con CHATGPT

Tara Patel: la voce della solitudine femminile

Tara Patel esplora la condizione della donna single in India. In “In a Working Women’s Hostel”, descrive il senso di isolamento: “Alone in a room full of strangers, / I stitch my dreams with borrowed time.” La sua poesia è un ritratto sincero della realtà urbana.

Woman


La vita di una donna è una reazione
al fischio di una frusta.
Impara a scansarla mentre sibila
intorno a lei,
ma a volte colpisce nel segno spesso,
deformato, della sua memoria.
Allora, per ribellione, volta il viso
verso la frusta,
finché il dolore diventa un fiume in piena
che porta con sé vendetta.
Fugge per vivere come una latitante,
o una profuga,
o una yogini nel deserto della civiltà.
Sotto quel segno spesso e deformato
sogna:
chiunque avrebbe potuto sfiorare
quella pelle liscia da neonata
con baci.

Traduzione con CHATGPT

Conclusione

Queste nove poetesse non hanno soltanto scritto versi: hanno inventato un linguaggio. Sono voci «senza paura, motivate e lucide», capaci di trasformare l’inglese in uno specchio del conflitto multiculturale e del dolore privato.

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Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista, fondatrice di CulturaMente e di Poetesse Donne. Nel 2020 ho pubblicato il libro "Qualcuno si ricorderà di noi", dedicato alle poetesse dell'antichità, nel 2023 ho pubblicato "Poesie sul Tavolo".

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