Donna, poetessa, filosofa, animatrice culturale e cortigiana nel Cinquecento.
Questo già basterebbe a fare di Tullia d’Aragona un personaggio sui generis. Eppure ella fu anticonformista sotto ogni punto di vista, come quando si rifiutò di indossare il velo giallo riservato alle cortigiane o come quando inveì contro i predicatori o ancora come quando fece dell’amore – e dell’eros soprattutto – il soggetto dei suoi versi.
Tullia d’Aragona fu una poetessa e filosofa italiana del Rinascimento. Nata all’inizio del XVI secolo, riuscì a conquistare uno spazio autonomo nel mondo intellettuale dominato dagli uomini, trasformando la propria esperienza di donna e cortigiana in materia letteraria e filosofica. Nelle sue poesie e nel Dialogo dell’infinità d’amore affrontò temi come il desiderio, la libertà femminile e la dignità delle donne, anticipando questioni che sarebbero diventate centrali nei secoli successivi. Oggi è considerata una delle più importanti voci femminili del Cinquecento italiano.
Una vita all’insegna del mistero
Nata probabilmente a Roma nel primo decennio del Cinquecento, da madre cortigiana di origini ferraresi e da un uomo sconosciuto, la sua vita fu avvolta dal mistero sin dai primi vagiti. Tuttavia, ella era solita affermare di essere figlia naturale del cardinale Luigi d’Aragona, nipote di re Alfonso II di Napoli, assiduo frequentatore della taverna dove la madre esercitava il suo mestiere, sebbene in un documento appare come suo padre tal Costanzo Palmieri d’Aragona.
Trascorse l’infanzia tra Roma, Siena e Firenze; ben presto sua madre si accorse del suo talento poetico e decise di tornare a Roma dove la fanciulla avrebbe potuto avere maggiori possibilità di essere notata. Tuttavia, Tullia d’Aragona fu notata anzitutto per la sua bellezza e per l’aspetto misterioso che le donavano la sua grazia e la cascata di lunghi capelli biondi che incorniciavano un volto d’alabastro su cui spiccavano profondi occhi scuri. Alla ragazza, allora già cortigiana, furono infatti attribuiti onori per la sua beltade, come testimoniano i madrigali di Verdelot. Tornò poi a Ferrara. Tuttavia, dalle lettere del banchiere Filippo Strozzi così come da quelle di altri spasimanti meno noti, appare evidente come non fosse solo il suo voluttuoso corpo ad attrarre gli uomini, ma la sua arguzia, il suo spirito, le sue velleità letterarie e la capacità di conversare con loro come pari, senza temerne minimamente il giudizio. A dimostrazione di quanto le sue capacità intellettive fossero apprezzate dagli uomini più illuminati fra i suoi contemporanei si possono citare, a titolo esemplificativo, i carteggi intessuti con Pietro Bembo, Girolamo Muzio, Ercole Bentivoglio, Bernardo Tasso e Giulio Camillo.
Riprendersi la propria voce come missione femminile
1543. Per sottrarsi alle malelingue e affrancarsi dal bollino apposto alle cortigiane, decise di sposarsi. Il suo matrimonio divenne l’evento dell’anno, non tanto per lo sposo scelto (Silvestro Guicciardi), quanto per la sua propria notorietà.
Libera così dalla schiavitù del pregiudizio, nel 1545 si recò nella Firenze di Cosimo I de’ Medici, a cui dedicò due anni più tardi Dialogo dell’infinità d’amore.
Con questo titolo d’Aragona rompe la tradizione dall’interno, riprendendosi finalmente la voce a lungo sottratta alle donne, spesso oggetto di narrazione e di dibattito dei dialoghi ma mai protagoniste. L’amore viene allora analizzato attraverso una insolita lente di ingrandimento: lo sguardo della donna e la parità di uomo e donna dinanzi all’eros in ogni ambito del quotidiano.
E s’altro a me non la facesse conta,
Da Il furore
si la farìa quell’amoroso orrore
ch’a l’apparir di lei m’ha l’alma ingombra,
e quel desio, che qui condotto m’have,
u’ condur non poteami altro desìo
Nello stesso anno diede alle stampe Rime, una raccolta di versi in pieno stile petrarchesco, riecheggiando il Maestro come prima di lei avevano osato fare solo gli uomini.
Rime, questa volta dedicato a Eleonora di Toledo, la moglie di Cosimo I, a cui l’autrice chiese e da cui ottenne di poter evitare di indossare il velo giallo che cortigiane ed ex cortigiane erano costrette a usare per distinguersi dal resto della popolazione ed evitare così di attirare gli sguardi e le ire dei benpensanti su di sé e sulla sua attività poetica.
Il un volume risulta intriso da un forte afflato sensuale; corpo e anima allora hanno lo stesso peso e lo stesso valore per la “figlia dell’amore” che “visse sacra all’amore”. Un atteggiamento atipico per le donne ma che, ancora una volta, permise a Tullia d’Aragona di riacquistare la voce sottratta al genere femminile. E tal proposito, ella utilizzò la sua voce anche per scagliarsi contro i moralizzatori, in modo particolare contro Bernardino Ochino che aveva messo al bando le passioni, la musica, la danza e le feste in maschera poiché ritenuti simbolo di perdizione.
Quanto a me Amor: Le tue ritrose voglie
Muterò, disse: e femmi prigioniera
Di tua virtù, per rinnovar mie voglie.
Tullia d’Aragona morì sola, esiliata dalla società benpensante e orfana di ogni affetto nel 1556 a Roma. Considerata da molti “la cortigiana degli Accademici”, fu bersaglio delle peggiori ingiurie anche dopo la morte e nonostante avesse largamente dimostrato il suo valore con i propri scritti e anche con le sue ardue traduzioni.
Se forse per pietà del mio languire
Se forse per pietà del mio languire
al suon del tristo pianto in questo loco
ten vieni a me, che tutta fiamma e foco
ardomi, e struggo colma di disire,
vago augellino, e meco il mio martìre
ch’in pena volge ogni passato gioco,
piangi cantando in suon dolente e roco,
veggendomi del duol quasi perire;
pregoti per l’ardor che sì m’addoglia,
ne voli in quella amena e cruda valle
ov’è chi sol può darmi e morte e vita;
e cantando gli di’ che cangi voglia,
volgendo a Roma ‘l viso, e a lei le spalle,
se vuol l’alma trovar col corpo unita.
Bibliografia
- Delfina Giovannozzi,“Ritratto di signora”. Tullia d’Aragona in alcuni trattati coevi sull’amore, in «Women in controversy / Dibattiti e controversie»,Mimesis Journal, pp. 29 - 46
- Floriana Calitti, Un “caso di studio”: le opere di Tullia d’Aragona tra filologia e studi di genere, in «Schifanoio», fascicoli 58 -59, pp. 183 - 190 Codice DOI https://dx.doi.org/10.19272/202010802021
- Julia Hairston, Tullia d’Aragona, voce Treccani
- Jung, Kyunghee, La trattatistica d’amore del cinquecento e il «Dialogo dell’Infinità d’amore» di Tullia d’Aragona, tesi di Dottorato, UniPd
- Luca D’Ascia, Ermafrodito amoroso e ragione senza genere: Tullia d’Aragona e Benedetto Varchi nel Dialogo dell’infinità d’amore, in «SigMa», Vol. 4, 2020, pp. 460 - 505
- Monika Antes, Tullia d'Aragona. Cortigiana e filosofa. Con il testo del dialogo «della infinità di amore», Pagliai Editore
- Sara Mostoccio, Tullia D’Aragona, la poetessa cortigiana che credeva nella parità tra uomo e donna, in «Elle», 18/02/2020
- Tullia d'Aragona, Le rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI
Si possono leggere alcuni suoi componimenti poetici su LiberLiber
[Articolo a cura della poetessa Rosaria Scialpi]




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