Vai nel bosco e lasciati amare
l’anima si rompe per nulla
c’è bellezza e addio in ogni cosa.
Conta sul nulla.
Esce per i tipi di Einaudi nel 2023 “Pane del bosco”, la nuova raccolta poetica di Chandra Candiani: un libro che è a tutti gli effetti un’immersione nella natura, frutto dell’esperienza personale della poetessa.
Verso la luce, attraverso le stagioni
La raccolta si divide in quattro stagioni: estate, autunno, inverno e primavera. Quasi come se fosse l’esordio dantesco della Commedia, Candiani apre questa nuova uscita accompagnata da un lupo e da un puma, le due fiere che scortano colei che cammina verso la luce, sulla falsariga di un “a riveder le stelle”.
La totale fusione con la natura non è tuttavia simbiosi: la natura sembra vivere autonomamente anche senza l’essere umano tanto che “il mondo senza di noi è bellissimo”. Mentre si fa strada verso la luce, quindi, la poetessa (bambina?) è spettatrice e ascoltatrice del contesto naturale mentre compie un passo a due col bosco (“passo, silenzio, passo, silenzio”). Nel percorso si spoglia di tutto quello che pesa, come se fossero vestiti “appesi alla carne”: e allora esortazioni come “lancia le belle parole” e “perdi il nome” sembrano le regole di quelle che viene definita magistralmente “la disciplina della scomparsa” che porta all’apprendimento de “l’arte del limite”. Si apre questo libro-scuola e automaticamente si deve disimparare per re-imparare: si esce nuovi, si devono acquisire nuove unità di misura, nuove lingue “serali”. Nella lenta perdita della natura umana, che volge alla fusione con l’ambiente naturale, i passi diventano “di menta”, il “cuore si spezza per seminare giardini”, la persona diventa “nettare di zero”. Allo stesso tempo, quello che ci circonda diventa umano: “chissà come staranno i semafori”, amici lasciati in città.
Siamo venuti a vivere in te
bosco: permesso?
Un invito alla semplice meraviglia
Tra “mani appassite” e “uomini disabitati”, cosa resta dell’esperienza pregressa? “Pane del bosco” è un invito gentile e allo stesso tempo dirompente verso un’evoluzione necessaria dell’essere. Mentre tutto scorre veloce in formato digitale – tra “la sciocca idea di dover imparare sempre qualcosa” – si recupera una dimensione semplice e bucolica dell’esistenza: se solo riuscissimo davvero a trattare i nostri pensieri come foglie, la vita non sarebbe tanto più semplice e bella? Lasciarli cadere e portare dal vento, restare spogli e privi di pesi morti sarebbe una panacea nella cultura della performance che ci carica di aspettative e pressioni. Vivere così forse potrebbe davvero renderci “disponibili alla meraviglia”, propensi allo stupore, e ci farebbe rinunciare al tragico programma di infelicità che tramandano modelli culturali ormai superati.
E staremo in pace senza nomi
distinti solo dal battito
e dal respiro
Una curiosità finale: nel libro c’è una poesia-omaggio alla raccolta “La tigre assenza” di Cristina Campo.




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