fadwa tuqan poetessa palestinese

Fadwa Tuqan, poesia è resistenza

L’amore era per me una [via di] fuga in cui rifugiarmi
per mezzo di esso fuggo dalla mia tragedia.

Lui e lei, traduzione di Carolina Massara

Fadwa Tuqan o Touqan (Nablus, 1917–2003) è considerata una delle voci più importanti della poesia palestinese del Novecento e una delle prime poetesse a trasformare l’esperienza individuale della donna in linguaggio poetico di resistenza.
La sua opera attraversa quasi un secolo di storia palestinese, intrecciando vicenda personale, condizione femminile e tragedia collettiva.

Come evidenziano gli studi critici, la sua poesia non nasce subito come dichiarazione politica: prende forma inizialmente come atto di sopravvivenza privata, per poi diventare, soprattutto dopo il 1967, una voce pubblica e condivisa della resistenza palestinese.

Nota: Il nome si pronuncia FÀD-wa TÙ-kan

Biografia

Settima di dieci figli, Fadwa crebbe in una famiglia tradizionale e patriarcale e trascorse gran parte della giovinezza in una condizione di reclusione domestica, privata dell’istruzione formale e della libertà di movimento. Tale condizione la condusse anche a tentare il suicidio.

«Sono uscita dal nulla per entrare in un mondo inospitale. Durante i primi mesi di gravidanza mia madre provò a più riprese a disfarsi di me. Ma i suoi tentativi furono vani».

Ṭūqān, Fadwā. Le Rocher et la Peine :Mémoires I, trad. fr. di Joséphine Lama e Benoît Tadié, Langues et Mondes, 1997, p. 15.

Fu il fratello Ibrāhīm, poeta e figura centrale del nazionalismo palestinese, ad insegnarle la poesia araba classica e moderna, che diventa presto l’unico spazio possibile di espressione e di costruzione del sé. La critica ha sottolineato come questa esperienza di clausura abbia inciso profondamente sulla sua scrittura, rendendo il tema della prigionia uno dei nuclei costanti della sua opera.


Le tre fasi della sua poesia

Prima fase: La poesia della reclusione e della voce interiore

(anni ’30–inizio anni ’40)

Questa fase coincide con la reclusione domestica e con l’apprendistato poetico.
Le poesie sono intimiste, segnate da solitudine e desiderio di evasione. Nel 39′, con la morte del fratello, la poetessa perse il suo unico punto di riferimento: in questo periodo il padre iniziò a chiederle di scrivere poesie politiche, quasi per ricordare il figlio perso.

La raccolta “Waḥdī maʿ al-ayyām” (Sola con i giorni, 1952) è l’espressione di questa fase: anche se il volume esce nel 1952, molte poesie risalgono agli anni precedenti.

Seconda fase: La rinascita, l’eros, la natura

(anni ’40–’60)

Dopo la Nakba del 1948 (che coincide con l’anno di morte anche del “padre-padrone”), la sua poesia cambia tono: entrano in campo il corpo, il desiderio, la natura come forze vitali. Le raccolte “Wağadtuhā” (L’ho trovata, 1957), Dacci amore (Aʻṭinā ḥubb), 1960 e Davanti alla porta chiusa (Amāma l-bāb al-muġlaq), 1967, rientrano in questa fase poetica.

La poetessa in questa nuova fase di emancipazione inizia a viaggiare nel mondo occidentale e incontra anche poeti del calibro di Salvatore Quasimodo, che le sussura: “I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!”. La risposta della poetessa fu il componimento Non venderò il suo amore:

Io, poeta mio, ho nella mia cara patria
un innamorato che attende il mio ritorno.
È un amato compatriota, del mio paese natio;
e tutte le ricchezze del mondo,
le stelle luminose e la luna
non mi faranno mai perdere il suo cuore
o vendere il suo dolce amore.
Ma, ciò nonostante, i sentimenti ed i desideri di donna
mi fanno battere il cuore gioiosamente
al vedere le ombre d’amore negli occhi tuoi
e al sentire il loro desideroso invito.
Perdona, o caro, l’orgoglio del mio cuore
al sentirti bisbigliare dolcemente:
«I tuoi occhi sono profondi e tu sei bella!»

al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di), Fadwā Toqan poetessa araba della resistenza, Roma, Lega degli Stati Arabi, s.d.

La poesia della resistenza collettiva

(dal 1967 in poi)

Dopo l’occupazione israeliana del 1967, la vicenda individuale della poetessa si intreccia in modo sempre più esplicito con la storia collettiva del popolo palestinese.

Opere associate a questa fase

  • Al-Layl wa-l-fursān (La notte e i cavalieri, 1969)
  • ʿAlā qimmat ad-dunyā waḥīda (Sulla cima del mondo da sola, 1979)
  • Qasā’id siyāsiyya, (Poesie politiche) 1980
  • Tamūz wa-shayʾ ākhir (Tammuz e altro, 1989)
  • Il divano di Fadwà Ṭūqān (Dīwān Fadwà Ṭūqān), stampato nel 1978, raccoglie l’opera poetica completa dal 1952 al 1973

Oh quanto è bella la vita, ella pensava,
ma questa dolce riflessione
viene interrotta da una farfalla
caduta improvvisamente a terra;
pare che essa voglia salutare la terra
con l’estremo, lento battere
delle sue ali.
Muore immersa nel silenzio,
i fiori che le sono attorno non sono pieni di gioia.
Sorella mia, cosa è successo?
Ti abbandona la rugiada
e sei morta nel pieno della vita?
Ti hanno forse respinta i fiori?
Ti ha privata dell’aria
il venticello fresco della collina?
Sorella mia, non intristirti!
Ci sono io che ti compiango
con la tenera e dolce poesia.
Forse anch’io morirò come te,
dimenticata
senza un amico o un compagno che mi conforti.
Oh, com’è dura la morte
che ci spinge nelle profondità
del Nulla!

“La poetessa e la farfalla”. Maqbūl, Fatẖī, Fadwā Ṭūqān attraverso le sue poesie, Roma, Centro Culturale Arabo 1982, p 18.

Donna e resistenza: una doppia oppressione

Un elemento centrale della poesia di Tuqan è la sovrapposizione tra oppressione politica e oppressione patriarcale.
Come evidenziato dagli studi critici, la sua scrittura nasce dall’esperienza di una donna che deve prima conquistare il diritto alla parola, e solo dopo può farne uno strumento di resistenza collettiva.



Natura e terra come linguaggio poetico

Nella poesia di Fadwa Tuqan, la natura non è mai sfondo decorativo.
Terra, fiore, albero, polvere diventano immagini ricorrenti attraverso cui la poetessa esprime appartenenza, speranza ma anche perdita.

In testi come Enough for Me (Mi basta), la morte stessa è immaginata come ritorno alla terra, trasformazione in erba o fiore: una forma di resistenza che continua oltre l’esistenza individuale.

Mi basta
Mi basta morire sulla sua terra,
essere sepolto in lei, sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,
per poi germogliare come un fiore
con cui gioca un bambino del mio paese.
Mi basta rimanere
nell’abbraccio del mio paese,
stare vicino a lei come un pugno di polvere,
un filo d’erba,
un fiore.

Tradotto dall’inglese con DEEPL

Lingua poetica e metafora

La forza della poesia di Tuqan risiede anche in un uso consapevole della metafora naturale, che le permette di dire l’indicibile senza ricorrere alla dichiarazione diretta.
La patria diventa corpo, il corpo diventa terra: la resistenza non viene descritta, ma incarnata nella lingua.

Un giorno l’albero risorgerà;
sarà più robusto e più alto,
e le fronde rinasceranno contro il sole;
saranno verdi ancora una volta,
sorrideranno le foglie nella luce del sole
e ritorneranno un’altra volta gli uccelli;
dovranno ritornare ancora una volta gli uccelli;
dovranno ritornare;
ritorneranno!

al-Nā‘ūrī, ‘Īsā (a cura di),Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza, Roma, E.A.S.T, s.d. p.70.
(Per un approfondimento sulla metafora come figura retorica, vedi la scheda dedicata.)

Perché leggerla oggi

Leggere Fadwa Tuqan oggi significa ascoltare la storia palestinese da una voce femminile, ccomprendere la poesia come strumento di memoria e resistenza e riconoscere una tradizione poetica spesso marginalizzata nei canoni occidentali.

Canta, uccello, per noi, dalla prigione,
oltre l’umiliazione ed oltre il buio,
un orizzonte ancor ricco di sogni,
un sole ancora pronto all’agguato.
Bianca gloria di luce canta lieto,
canta un domani patria ai nostri sogni,
vividi sogni canta non perduti.
Canta, sì, ché la speranza,
è sempre là, la strada ferma e radiosa,
anche se attorno a noi
s’infittisce la rabbia della notte.

Blasone P., Di Francesco T. (a cura di),La Terra più amata. Voci della letteratura palestinese, Roma, il manifesto, 2002, p.35.

Bibliografia

Carolina Massara, Motivi di resistenza in alcuni versi di Fadwā Ṭūqān, Università di Catania, a.a. 2017–2018

Chiara Busca, Fadwā Ṭūqān: poetessa ribelle della Palestina, Università di Bologna, 2014

Poems for Palestine – for distribution, ArabLit, 2023

[L’immagine in copertina è una rielaborazione con AI della copertina di Le cri de la pierre]

Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista, fondatrice di CulturaMente e di Poetesse Donne. Nel 2020 ho pubblicato il libro "Qualcuno si ricorderà di noi", dedicato alle poetesse dell'antichità, nel 2023 ho pubblicato "Poesie sul Tavolo".

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