poesie sul cane

Poesie sul cane, il grande amico dell’essere umano

Il rapporto tra l’essere umano e il cane è uno dei legami più antichi e profondi della storia, anche quella letteraria: basti pensare ad Argo, il fedele cane di Ulisse.

I cani ci offrono amore incondizionato, compagnia e lealtà, diventando spesso membri insostituibili delle nostre famiglie. Questo legame speciale è stato fonte di ispirazione anche per molte poetesse, che attraverso i loro versi hanno saputo catturare l’essenza e la bellezza della relazione.

Attraverso le parole di queste poetesse, trova espressione l’arricchimento che i cani portano nelle nostre vite, ed è possibile approfondire una prospettiva unica e profonda sulla connessione tra persone e animali.

Antonia Pozzi

Sei stato con noi per undici anni
 Una sera siamo tornati:
eri disteso davanti al cancello
il muso nella polvere della strada
le zampe già fredde, il dorso
tepido ancora.
Ora sei tutto
nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni
della tua umile vita
il gemere
per ognuno che partiva
il soffrire di gioia
per ognuno che ritornava
e verso sera
se qualcuno
per una sua tristezza
piangeva
tu gli leccavi le mani:
oh gli undici anni del tuo amore
tutto qui
sotto questa terra
sotto questa pioggia 
crudele?
Esitavi 
sulla ghiaia umida: 
sollevavi 
una zampa tremando 
Ora nessuno ti difende
dal freddo, 
Non ti si può chiamare
non ti si può più dare
niente. 
Sole le foglie fradicie morte
cadono su questo pezzo
di prato.
E pensare che altro rimanga
di te
è vietato:
di questo il nostro assurdo
pianto si accresce.

Elizabeth Barret Browning

Ma di te si dirà,
Questo cane ha vegliato accanto a un letto
giorno e notte senza stancarsi.

Tradotto con DEEPL

Anite di Tegea

Anche tu sei morta vicino a un cespuglio dalle molte radici
o Locri, la più veloce tra i cuccioli che amano abbaiare,
nel tuo passo leggero pose il veleno spietato
una vipera dal collo screziato

XXIV, 725, traduzione di Alessia Pizzi

Wislawa Szymborksa

Ci sono cani e cani. lo ero un cane eletto.
Con un buon pedigree e sangue di lupo nelle vene.
Abitavo su un’altura, inalando profumi di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
e zolle di terra tra la neve.
Avevo una bella casa e servitù.
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene di chi ero.
Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo un padrone.
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.
Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perché solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci,
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.
Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parete all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.
Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perché compariva per poco e spariva per molto.
Non so cosa lo trattenesse là, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende pressanti,
perlomeno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.
C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scatenò uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in basso
e si zittivano dietro la curva.
Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.
Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.
Uno mi strappò il collare borchiato d’argento.
Uno diede un calcio alla ciotola da giorni vuota.
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.
Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Tradotto con DEEPL

Amelia Rosselli

Il fiume delicatamente si torce. Bello che sei fiumicino
cadaverino. Ti pescano. Siedi come un cane.

Louise Gluck

Vorrei che facessimo delle passeggiate
come Steven e Kathy; allora
saremmo felici. Lo si vede anche
nel cane.
Non abbiamo un cane.
Abbiamo un gatto ostile.
Credo che Sam sia
intelligente; lui
non sopporta di essere un animale domestico.
Perché con te c’è sempre la famiglia?
Non possiamo mai essere due adulti?
Guarda com’è felice il Capitano, com’è
in pace con il mondo. Non ti piace
come se ne sta seduto sul prato a guardare gli uccelli? Pensa che
che non lo vedano perché è bianco.
Sapete perché sono felici? Prendono
i bambini. E sai perché possono andare
passeggiate con i bambini? Perché
hanno dei bambini.
Non sono come noi, non viaggiano.
viaggiare. Per questo hanno un cane.
Avete notato come Alissa torna sempre dalle passeggiate
con qualcosa in mano, portando la natura
in casa? Fiori in primavera,
bastoni in inverno.
Scommetto che porteranno ancora il cane
quando i bambini saranno cresciuti.
È un cane giovane, praticamente
un cucciolo.
Se non ci aspettiamo che
Sam di seguirlo, non potremmo
portarlo con noi?
Potreste tenerlo in braccio.
Tradotto con DeepL.com (versione gratuita)

Anne Sexton
È il primo pomeriggio.
Vi sedete sull’erba
con la faccia ruvida sul collo del cane.
In questo momento
siete entrambi fermi come un’istantanea.
Quel cane infettivo dovrebbe lasciare che una mosca la disturbi,
dovrebbe correre in un campo immenso,
inseguendo conigli e puzzole,
sbranare i gatti, leccare gli insetti dalla sua groppa,
e smettere di consumarti.
Tesoro mio, perché ti appoggi così a lei?
Vorrei toccarti,
quel polso che cova sotto la tua camicia Madras,
ogni spalla è la casa più ben costruita,
le braccia, sottili betulle che non sfuggono alla brezza,
i denti bianchi che mi hanno conosciuto,
che aspettano in fondo al ruscello
e la lingua, mio piccolo pesce! …
ma tu sei fermo nel tempo.
Allora parlerò dei tuoi occhi
anche se sono chiusi.
Dimmi, dov’è ogni iride dal colore ostinato?
Dove sono le pupille veloci che fanno
il pavimento sotto di me?
Vedo solo le palpebre, dure come stivali da equitazione.
Perché i tuoi occhi sono andati nella loro stanza?
Stanno dicendo “Buonanotte
dalle loro piccole porte di pelle.
O devo cantare di occhi
che sono stati rovinati dalla pietà e dalla lussuria
e una volta con la tua stessa morte
quando giacevi gorgogliante come un pesce pescato,
succhiando l’ossigeno prodotto?
O dovrei cantare di occhi
che riposano così vicini al pelo
di quell’odioso animale?
L’amore mi contorce, un flauto spagnolo suona nel mio sangue,
eppure riesco a vedere solo
il tuo piccolo sonno, un luogo vuoto.
Ma quando i tuoi occhi si aprono
contro la puzza di lana dei suoi folti capelli,
contro il collo lievemente nauseante di quel cane,
che invidio come un ladro,
cosa chiederò?
Parlerò

Tradotto con DEEPL
Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista, fondatrice di CulturaMente e di Poetesse Donne. Nel 2020 ho pubblicato il libro "Qualcuno si ricorderà di noi", dedicato alle poetesse dell'antichità, nel 2023 ho pubblicato "Poesie sul Tavolo".

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