poesie la festa del papà

Poesie per il papà (non solo per la festa)

La scrittura femminile ha sempre avuto il potere di esplorare gli affetti più profondi con sensibilità e intensità emotiva, come abbiamo visto per le poesie sulla figura materna. In questo articolo esploriamo invece il rapporto con il rapporto con la figura paterna, che emerge come un tema carico di sfumature, capace di intrecciare amore, nostalgia, ammirazione e, talvolta, incomprensione o assenza. Attraverso la poesia, molte autrici hanno raccontato questa figura con occhi diversi, restituendo immagini di padri presenti o lontani, fragili o silenziosi, ma sempre indelebili nella memoria e nel cuore. Dalla supplica accorata di Ada Negri, alla malinconia della separazione nei versi di Louise Glück, fino ai ricordi vividi e contrastanti di Antonia Pozzi e Patrizia Cavalli, queste poesie ci guidano attraverso un viaggio di parole in cui il padre diventa simbolo di amore, perdita e identità. Abbiamo scelto componimenti che raccontano l’infanzia, la memoria, la distanza e la tenerezza: immagini di padri che, tra giardini in fiore (Sibilla Aleramo) e gesti quotidiani, continuano a vivere nelle parole delle loro figlie. Versi che rivelano la profondità dello sguardo femminile sulla figura paterna, restituendole una dimensione intima e universale.

Padre, se mai questa preghiera giunga (Ada Negri)

Padre, se mai questa preghiera giunga
al tuo silenzio, accoglila, ché tutta
la mia vita perduta in essa piange:
e s’io degna non son, per la grandezza
del ben che invoco fammi degna, Padre.
Quando morta sarò, non darmi pace
né riposo giammai ne le stellate
lontananze dei cieli. Sulla terra
resti l’anima mia. Resti fra gli uomini
curvi alla zolla, grevi di peccato:
con essi vegli, in essi operi, ad essi
della tua grazia sia tramite e luce.
Lascia ch’io compia dopo morta il bene
che nella vita compiere m’illusi,
o me povera povera! e non seppi.
Mi valga presso Te questo rimorso
ch’io ti confesso, e il mio soffrire, e il vano
fuoco di carità che mi distrugge.
Giorno verrà, dal pianto dei millenni,
che amor vinca sull’odio, amor sol regni
nelle case degli uomini. Non può
non fiorire quell’alba: in ogni goccia
del sangue ond’è la terra intrisa e lorda
sta la virtù che la prepara, all’ombra
dolente del travaglio d’ogni stirpe.
Il dì che sorga, fa’ ch’io sia la fiamma
fraterna accesa in tutti i cuori; e i giorni
la ricevan dai giorni; e in essa io viva
sin che la vita sia vivente, o Padre.

Departure (Louise Gluck)

Mio padre è in piedi su una piattaforma ferroviaria.
Le lacrime gli si accumulano negli occhi, come se il viso
che si intravede nel finestrino fosse il volto di qualcuno che
una volta. Ma l’altro ha dimenticato;
mentre mio padre guarda, si volta dall’altra parte,
e si scosta, tirando l’ombra sul viso,
torna a leggere.
E già nel suo solco profondo
il treno aspetta con il suo respiro di cenere.

Tradotto con DeepL.com

Sventatezza (Antonia Pozzi)

Ricordo un pomeriggio di settembre,
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell’ombra, l’erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
nell’invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.

Come se fosse una spanatura (Patrizia Cavalli)

Come se fosse una spanatura
la luce troppo bianca
mi avvolgeva capitata cosí all’improvviso
fuori stagione e io impreparata
non volevo pensarci, quasi non guardavo
i campi spelacchiati (ma perché se era
primavera?) colorati di albetta
e mi chiudevo nella simmetria
delle stanze. Ma lí c’era mio padre,
la testa fuori del cuscino, messo per storto,
non ben sistemato, le pantofole infilate,
coperto a metà cosí da non sembrare
proprio stabilmente a letto
ma come di passaggio – mi riposo
un momento e ricomincio –
pronto a trascinarsi a la sala comandi,
la cucina, e lí davanti al tavolo impazzare
nella grande sistemazione di piatti
e bottigliette e bruciare nei centimetri quadrati
i movimenti adorati della vita.

Ricordo del padre (Sibilla Aleramo)


Sempre che un giardino m’accolga
io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
lievi le mani su corolle e foglie,
vivo riveggo carezzare tralci,
allevi rose e labili campanule,
silenzioso ti smemorano i giacinti,
stai fra colori e caldi aromi, Padre,
solitario trovando, ivi soltanto,
pago e perfetto senso all’esser tuo.

All my pretty ones (Anne Sexton)

Padre, la sfortuna di quest’anno ci divide
dove hai seguito nostra madre nel suo freddo sonno;
un secondo colpo ha pietrificato il tuo cuore,
lasciandomi qui a sgombrare e liberarti
dalla casa che non potevi permetterti:
una chiave d’oro, la tua metà di un lanificio,
venti abiti di Dunne, una Ford inglese,
l’amore e il linguaggio legale di un altro testamento,
scatole di foto di persone che non conosco.
Tocco i loro volti di cartone. Devono andare via.
Ma gli occhi, spessi come legno in questo album,
mi trattengono. Mi fermo qui, dove un bambino
aspetta in un vestito arricciato che qualcuno arrivi…
per questo soldato che stringe il suo corno come un giocattolo
o per questa dama di velluto che non può sorridere.
È tuo nonno, questo commodoro
in uniforme da postino? Padre, nel frattempo
il tempo ha reso irrilevante chi stavi cercando.
Non saprò mai cosa significano questi volti.
Li chiudo nel loro libro e li getto via.
Questo è l’album giallo che hai iniziato
l’anno in cui sono nato; ora croccante e rugoso
come foglie di tabacco: ritagli dove Hoover
sconfisse i Democratici, agitandomi il dito secco
e la Proibizione; notizie della caduta dell’Hindenburg
e degli ultimi anni in cui hai prosperato
grazie alla guerra. Quest’anno, solvibile ma malato,
volevi sposare quella graziosa vedova in tutta fretta.
Ma prima che avessi quella seconda possibilità,
piansi sulla tua spalla grassa. Tre giorni dopo moristi.
Queste sono le istantanee del matrimonio, fermate nel tempo.
Fianco a fianco sul ponte verso Nassau;
qui, con la coppa del vincitore alle gare di motoscafi,
qui, in frac al Cotillion, fai un inchino,
qui, accanto al nostro canile con i cani dagli occhi rosa,
che corrono come maiali di razza nel recinto di ferro,
qui, alla gara di cavalli dove mia sorella vince un premio,
e qui, in piedi come un duca tra gruppi di uomini.
Ora ti piego via, mio ubriacone, mio navigatore,
mio primo custode perduto, da amare o guardare più tardi.
Tengo un diario di cinque anni che mia madre scrisse
per tre anni, raccontando tutto ciò che non dice
della tua tendenza all’alcol. Hai dormito troppo,
scrive. Mio Dio, padre, ogni Natale
berrò il tuo bicchiere di vino nel tuo stesso sangue?
Il diario dei tuoi anni turbolenti
va sul mio scaffale ad aspettare che il mio tempo passi.
Solo in questo intervallo custodito l’amore sopravvive.
Che tu sia bello o meno, ti sopravvivo,
mi chino sul tuo volto estraneo e ti perdono.

Traduzione con ChatGPT

Immagine di copertina creata con DALL-E

Alessia Pizzi

Laurea in Filologia Classica con specializzazione in studi di genere a Oxford, Giornalista, fondatrice di CulturaMente e di Poetesse Donne. Nel 2020 ho pubblicato il libro "Qualcuno si ricorderà di noi", dedicato alle poetesse dell'antichità, nel 2023 ho pubblicato "Poesie sul Tavolo".

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