Si è tanto scritto e parlato di Sylvia Plath, autrice di un’opera – poetica e non – che ripercorre a filo la propria vita interiore, messa a nudo ne i “Diari”.
(Adelphi, 2004).
Un’opera di violenta intensità
Sylvia Plath nasce a Boston nell’Ottobre del 1932. La sua vita, per come la racconta, è una corsa continua volta al superamento di se stessa e delle proprie capacità artistico-letterarie: “A volte mi prende un senso di aspettativa, come se sotto la superficie della mia capacità di comprensione ci fosse qualcosa in attesa che io lo afferri”. Ma quello che contraddistingue il personaggio di Sylvia Plath non è soltanto la ricerca costante e affannosa di “qualcosa di più”, nella vita privata come nella corsa per il successo in quanto scrittrice, potremmo anzi dire che questo è il prodotto, la conseguenza di un mancato riconoscimento, a se stessa, “dei propri limiti” e delle proprie possibilità. Sylvia è un’anima acuta e sensibilissima, tagliente e violenta come una lama quando c’è bisogno di squarciare il senso di realtà, se la realtà non è così soddisfacente: “Ti serve uno sbocco e tutti sono ermeticamente chiusi. Vivi giorno e notte nella buia, ristretta visione che ti sei costruito con le tue mani. E così ecco il giorno in cui senti che esploderai, ti spezzerai in due, se non potrai liberare la grande riserva che ti ribolle dentro e che fuoriesce da qualche fessura nella diga.”
La scrittura come sostituto dell’Io
Nel 1940, ancora bambina, Sylvia perde il padre, morto a causa di complicazioni dovute al diabete. Il rapporto con il padre – e più in generale con la famiglia – è stato centro di diverse produzioni poetiche e di riflessioni affrontate poi in terapia circa un sentimento di inadeguatezza e di svalorizzazione del proprio Io che fa da lente attraverso cui leggere il modo in cui Sylvia guardava al mondo e alle cose.
Fin da ragazza eccelle negli studi e viene premiata in più occasioni. Spedisce racconti e poesie a molte riviste, da cui riceve perlopiù rifiuti. Conclusi gli studi superiori in maniera eccelsa, vince numerose borse di studio per iscriversi allo Smith College di Northampton, dove continua ad ottenere ottimi risultati e a partecipare a concorsi letterari. I successi di carriera non bastano tuttavia a tenere a freno momenti di vero e proprio abbattimento, laddove guardare da vicino la prospettiva di avere un compagno – prospettiva da cui inizia ad affacciarsi durante questi anni – potrebbe rivelarsi una perdita del proprio Io, cioè della propria identità in quanto persona di talento, di valore, scrittrice. Di fatto per la Plath scrivere è un elemento fondante ed essenziale, utile a nutrire la propria identità, a cui non può rinunciare: “La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere”.
Scrivere, d’altro canto, è uno strumento unificatore nel quale cercare riscatto:
“La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo”.
“La campana di vetro” e il simbolismo di un mondo soffocante
A ridosso del secondo anno di università e all’età di vent’anni, Sylvia tenta il suicidio. Viene ricoverata in ospedale – dove è presa in cura e trattata con elettroshock e psicoterapia – e dimessa dopo qualche mese. Questi episodi saranno poi raccontati – e romanzati – ne “La campana di vetro”, primo e unico romanzo della scrittrice pubblicato nel 1963, un mese prima della sua morte.
Completati gli studi con lode l’anno seguente, Sylvia si trasferisce in Inghilterra, a Cambridge, dove studia con entusiasmo e conosce Ted Hughes: poeta da cui rimane colpita e con cui si sposa nell’estate del ’56. Il rapporto tra i due viene descritto inizialmente dalla Plath come unione “perfetta”: “E’ come se lui fosse la perfetta controparte maschile del mio io: ci offriamo a vicenda un’estensione della vita in cui crediamo: senza diventare mai schiavi dell’abitudine, dei lavori sicuri, dei soldi: ma scrivendo sempre, passeggiando per il mondo con tutti i pori aperti e vivendo con amore e fede.”
Nel ’60 viene pubblicata la prima raccolta di poesie della Plath, “Il colosso”. Nascono Frieda e Nicholas, ma la felicità per la nascita dei figli viene interrotta quando Ted, nel ’62, lascia Sylvia per un’altra donna e i due divorziano. Inizia qui un periodo difficile per la Plath ma colmo di produzione artistica: subito dopo il fallimento del suo matrimonio Sylvia scrive quelle che definirà in una lettera alla madre “le poesie più belle di tutta la mia vita”, pubblicate postume nella sua raccolta più importante, “Ariel”.
Una sera di febbraio, nel ’63, muore suicida nel suo appartamento a Londra.
Ariel (1965), Crossing the Water (1971) e The winter trees (1972) e le altre raccolte sono state curate da Ted Hughes e pubblicate postume.
La poesia confessionale di Sylvia Plath
Pubblicata nel 1961 e inclusa in Crossing the Water, Sylvia scrisse “I am vertical”, poesia con immagini estremamente potenti che rimandano allo sguardo sensibile – ma allo stesso tempo duro – della scrittrice e che ben sintetizzano il senso di insoddisfazione e di imperfezione che caratterizzano tutta la sua opera.
I Am Vertical
But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.
Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them-
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.
Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.
Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
Tutti i colori e le forme della natura vengono qui utilizzati come paragone di ciò che l’essere umano non può, per natura, appunto, possedere e a cui perciò può soltanto aspirare. Sylvia prosegue in un confronto via via più intenso, fino alla ricerca di un elemento comune, la notte: “Stare sdraiata”, scrive, “è per me più naturale, allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio”.
In questa poesia Sylvia Plath trasforma in immagini (lo stare sdraiati, la comunicazione con la natura, la distanza con essa, il riavvicinamento e infine la comunione) il rapporto vita-morte e il dialogo con se stessi rispetto a un sentimento che continua a bussare e che dice: non sei abbastanza. E lo fa richiamando a sé la natura delle cose, dei gesti, del cielo e delle stelle, degli alberi e dei fiori. In questo senso la poesia della Plath è riconducibile ad una poesia “confessionale”: profondamente intima, senza veli, assolutamente autobiografica.
Articolo a cura della poetessa Ada Aversano
Bibliografia consigliata
Sylvia Plath, Diari (Adelphi): link di acquisto Sylvia Plath, The Bell Jar (Mondadori): link di acquisto Sylvia Plath, Crossing the Water (Faber and Faber): link di acquisto
Immagine di Copertina
Giovanni Giovannetti/Grazia Neri, Public domain, via Wikimedia Commons



Lascia un commento